Progetto “Effe: il filo di Arianna”

Albo baby sitter 2026

Il progetto Effe, da anni a sostegno delle donne con percorsi di empowerment per l’autonomia economica e sociale, ha creato un albo di baby sitter formate dal corso organizzato negli scorsi mesi dall’Associazione Don Angelo Campora in collaborazione con l’APS Colibrì e la cooperativa Semi di Senape.

Il corso, con l'obiettivo di fornire le necessarie competenze professionali per la gestione dei bambini, ha avuto una durata di 36 ore, di cui 20 di lezione con il seguente programma:

 • Definizione del Profilo Professionale

 • Elementi di Primo Pronto Soccorso e Malattie dell'Infanzia

 • Educazione in natura e outdoor education

 • Il gioco, la creatività, il movimento - attività e laboratori

e 16 di tirocinio in servizi per l’infanzia.

Era previsto un test finale e il rilascio dell’attestato frequentando almeno l'80% delle lezioni.

Ad oggi sono state organizzate 5 edizioni del corso: aprile/luglio 2021 - aprile/luglio 2022 - maggio/luglio 2024 – maggio/luglio 2025 – aprile/luglio 2026.

L'Albo delle babysitter risponde alla diffusa esigenza delle famiglie di reperire persone affidabili e preparate a cui lasciare i propri figli, sia per situazioni occasionali, sia per situazioni maggiormente continuative (ad esempio per coprire fasce orarie in cui i servizi educativi o supporti di carattere familiare non sono disponibili).
È nostra intenzione promuovere presso le Istituzioni (Amministrazione Comunale di Alessandria, Cissaca, Asl) e presso gli ETS locali la pubblicazione dell’Albo sui propri siti per consentire quell’incrocio tra domanda ed offerta tra i privati cittadini e le babysitter, attivando possibilità di lavoro e soluzioni familiari.

Le famiglie potranno contattare direttamente le babysitter, per stipulare accordi personali, utilizzando i riferimenti rilasciati dalle interessate (scarica elenco).

 

Per ulteriori informazioni: associazionecampora@gmail.com -  tel. 3337855274.

PAROLE E MUSICHE IN MONFERRATO

10 comuni, 18 appuntamenti, oltre un mese di intrattenimento di qualità:

dal cantautorato di Simone Cristicchi e Amara alla comicità di Alessandra Faiella e Gianluca Impastato. Grande spazio agli scrittori e un occhio particolare al giornalismo,

vera novità di questa edizione numero 21 del festival nato a San Salvatore Monferrato

Prende il via venerdì 28 agosto, per concludersi lunedì 12 ottobre, la nuova edizione di "PeM! Festival - Parole e Musica in Monferrato", rassegna piemontese dedicata a incontri, narrazioni e musica. Il 2026 segna un'ulteriore crescita della manifestazione, che toccherà 10 comuni del territorio, con San Salvatore Monferrato nel ruolo di capofila.

Il programma conta 18 appuntamenti e 9 diversi intervistatori, fra cui Gianmaurizio Foderaro di RAI Isoradio, con un cast che unisce musica, teatro e cultura: tra i nomi coinvolti figurano Alessandra Faiella, Nicola Vitiello, Gianluca Impastato, Amara, Simone Cristicchi, Danilo Sacco, Lella Costa, Giuseppe Culicchia, Nicola Ghittoni, Niccolò Zancan, Saba Anglana e Guido Saracco, accanto a molti altri ospiti, dando spazio anche ad artisti locali.

Gli eventi, a ingresso libero, ruotano attorno a una formula distintiva: interviste-incontro in cui artisti e intellettuali si raccontano alternando parole ed esibizioni dal vivo. Un format che potremmo definire giornalismo in scena — un ibrido tra approfondimento giornalistico e performance dal vivo.

In questa edizione è significativo l’ingresso di una scuola, l’Istituto Paolo e Rita Borsellino con la festa di apertura dell’anno scolastico e la presenza di un pianista e compositore come Jacopo Carlini.  Ulteriore spazio viene dato ad attori e comici, come Gianluca Impastato e Alessandra Faiella. Non mancano performance teatrali di livello con Lella Costa e Gabriele Vacis in “Pinocchio Confidential”. In quest’ultimo caso, lunedì 12 ottobre al Teatro Comunale di San Salvatore Monferrato, la serata sarà dedicata ai 200 anni di Collodi; uno spettacolo scritto insieme a Gabriele Vacis, evento crossover con la “Biennale Junior di Letteratura per ragazzi” che si terrà a San Salvatore negli stessi giorni.

Spazio anche ai libri, con l'appuntamento che vedrà Giuseppe Culicchia salire sul palco del Castello di Casale Monferrato il 7 ottobre per dialogare con la giornalista Miriam Massone su "Uah!", il suo ultimo romanzo. Altri gli autori: Niccolò Zancan, Loretta Franceschin e il cantautore Rocco Rossignoli, con il suo libro su Francesco Guccini. Confermato anche quest'anno l'appuntamento con la camminata, in programma domenica 4 ottobre, in mattinata: a guidarla sarà Nicola Ghittoni, giornalista de Il Post e autore del podcast quotidiano "Morning"; “Walking in the Morning” infatti è il titolo dell’evento.

Non manca, come da tradizione, un ricco filone musicale, capace di mettere insieme stili e generazioni lontane tra loro: dal cantautorato d'autore di Simone Cristicchi alla voce femminile di Amara, fino a Danilo Sacco, storico frontman dei Nomadi. Il dj Nicola Vitiello si racconterà a suon di musica anni ‘70 e ‘80. A completare l'offerta musicale, due appuntamenti dedicati ai cantautori e compositori locali, previsti a Balzola e Mirabello Monferrato.

Il festival si sviluppa su più location, con San Salvatore Monferrato come punto di partenza e tappe a Fubine Monferrato, al Country Sport Village di Mirabello Monferrato, Balzola, Valenza, Lu Cuccaro Monferrato, Villadeati, Pecetto di Valenza, Rivarone, Casale Monferrato, Alessandria, per arrivare fino all'Ecomuseo della Pietra da Cantoni, nel comune di Cella Monte.

Un itinerario che attraversa le colline del Monferrato — riconosciuto patrimonio Unesco — e i territori limitrofi, facilmente raggiungibili in un'ora di viaggio da Torino, Milano e Genova.

 

IL PROGRAMMA DI PEM! 2026

 

Venerdì 28 agosto – San Salvatore Monferrato, “Una casa per ritrovarsi”, via Marconi 32 – ore 21

Rocco Rossignoli – Omaggio a Francesco Guccini. “E l’eco si è smorzato appena: ascoltare Francesco Guccini” (Il Foglio, 2023). Con l’autore di questo volume – a sua volta cantautore e musicista – renderemo omaggio all’arte di Francesco Guccini. L’eco, della sua morte, si è smorzato appena ma resta viva e intatta la voglia di intere generazioni di continuare ad ascoltare la sua musica, le sue canzoni fatte di poesia e musica perfettamente coniugate. Rosignoli, conversando con il giornalista Massimo Ferro, analizzerà i linguaggi e i temi della poetica Gucciniana, alternando alle parole la riproposizione di alcune fra le canzoni più amate del grande cantautore modenese.

 

Sabato 29 agosto – Fubine Monferrato, Giardini di Palazzo Bricherasio – ore 18

Alessandra Faiella, “Ci siamo cascate di nuovo”. Un divertente viaggio alla ricerca di un antidoto alla stupidità contemporanea. Un’invettiva esilarante contro le perversioni della società di oggi, una satira spietata che non risparmia nessuno, protagonista compresa.

 

Giovedì 3 settembre – Mirabello Monferrato, Country Sport Village (strada Comunia, 30) – ore 21

Elisabetta Gagliardi, Giorgio Penotti e Torchio in: “Fare canzoni fra Tanaro e Bormida”. Ma se fai il cantautore, quanto conta il contesto che ti circonda? Vivere sulla via Emilia è comprovato, serve, ma fra Tanaro e Bormida? Tre artisti alessandrini racconteranno i vantaggi (se ce ne sono) e le difficoltà del provare a vivere di musica ad Alessandria. Conduce il giornalista musicale Massimo Ferro.

 

Venerdì 11 settembre – Balzola, piazza Giovanni XXIII – ore 21

Giorgio Penotti, Mara Tinto e Silvio Barisone  in “Viaggiare è un po’ come sognare”, un concerto narrato dove parole e musica si fondono per rispondere a una domanda che tutti ci siamo fatti. La risposta? Ve la racconteranno le note immortali di Cesare Cremonini, Luigi Tenco, Paolo Conte, Francesco De Gregori e tanti altri giganti della canzone italiana, affiancate da emozionanti brani originali. Un itinerario tra ironia, poesia e pura emozione, capace di accorciare ogni distanza tra palco e platea. In apertura: un'esclusiva sfilata di abiti di scena e teatro firmata da Gaia Cipriano per entrare subito nel vivo dell'atmosfera!

 

Venerdì 18 settembre – Valenza, Arena Carducci, via Carducci 4 – ore 21

Nicola Vitiello, “È fatta!”- Sullo sfondo dei mitici anni ’70, ’80 e ’90, Nicola Vitiello, storico conduttore di Radio Deejay sale sul palco per condividere un viaggio intimo, travolgente e nostalgico. Un racconto d'un fiato dedicato alla generazione pre-web—gli adulti di oggi—che hanno costruito il presente a colpi di musica, mode e mood. Una serata che getta un ponte tra due mondi: i ragazzi di ieri e i ragazzi di oggi, uniti dalla stessa inesauribile carica. Ad accendere l'atmosfera ci penserà la colonna sonora curata da Maurizio Rossato, direttamente dalla regia dell'inimitabile "One Nation, One Station".

 

Sabato 20 settembre – Lu Cuccaro Monferrato, piazza Nils Liedholm – ore 18

Gianluca Impastato in “Sogno o son single”. Gag e osservazioni corrosive in un monologo irriverente e affilato su amore e relazioni, vita da single dopo i 50 anni e il dilemma della domanda che tormenta tanti uomini: “meglio soli o male accompagnati”?

 

Sabato 20 settembre – Villadeati, Chiesa di San Remigio (via San Remigio) - ore 21

Giulio D’Antona e Davide Toffolo in “Giangiacomo Feltrinelli – Rivoluzione Permanente” (Feltrinelli, 2026).  Nel centenario della nascita di Giangiacomo Feltrinelli, gli autori presentano la graphic novel che ricostruisce la vita dell’editore rivoluzionario. In un lungo monologo in prima persona, Feltrinelli ne ripercorre alcuni episodi chiave della sua esistenza: la pubblicazione del successo internazionale del Dottor Živago, la battaglia contro la censura per Tropico del Cancro, i controversi Gattopardo e Diario del Che in Bolivia, la fondazione della Biblioteca e della casa editrice, nella convinzione che attraverso i libri fosse possibile costruire le fondamenta di una società nuova e più equa.

 

Martedì 22 settembre – Valenza, Centro Comunale di Cultura (piazza XXXI Martiri) – ore 21

Guido Saracco presenta “Alleati digitali: la nostra IA personale” (Laterza, 2026), in dialogo con Gianluca Cravera. Un viaggio nel futuro tra dieci anni, al fianco di un alleato digitale basato sull’intelligenza artificiale.

 

Venerdì 25 settembre – Valenza, Teatro Sociale (Corso Garibaldi, 58)  – ore 10

Jacopo Carlini, cerimonia ufficiale di apertura dell’anno scolastico 2026/2027 promossa dall’Istituto Comprensivo Paolo e Rita Borsellino, la prima scuola che entra in un festival come PeM. La seconda edizione della Festa di ripartenza, avrà come ospite principale il pianista e compositore Jacopo Carlini intervistato da Maurizio Primo Carandini. Partecipazione su invito. In collaborazione con Palco Reale Eventi e RAI Isoradio.

 

Sabato 26 settembre – San Salvatore Monferrato, Parco Torre Paleologa (via Sottotorre) – ore 18

Amara, pseudonimo di Erika Mineo, è una cantautrice della nuova scuola italiana. Classe 1984, inizialmente deve la notiorietà al talent Amici e approda nel 2014 arriva a Sanremo fra le nuove proposte, dove si piazza al terzo posto con la intima e straordinaria “Credo”. Nota come la "cantautrice dell'anima", unisce spiritualità e profondità nei testi. Scrive anche per molti colleghi ed è autrice della nota Che sia benedetta cantata da Fiorella Mannoia a Sanremo. Canterà e risponderà alle domande del conduttore RAI Isoradio Gianmaurizio Foderaro. In collaborazione con Palco Reale Eventi.

 

Domenica 27 settembre – Rivarone, Approdo fluviale, via Parco Tanaro – ore 10.30

Loretta Franceschin presenta “Sono d’acqua i nostri pensieri” (Guanda, 2026). Suggestiva mattinata in riva al fiume Tanaro, per presentare un romanzo (finalista alla 35. Ed. del Premio Calvino) dove le acque di un fiume (in questo caso il Po), nel loro scorrere, accompagnano i segreti e i desideri dei personaggi e si mescolano ai loro stati d’animo, divenendone specchio e vibrante metafora. L’autrice dialogherà con Damiano Latella del Premio Calvino. Con le letture dell’attrice Eleni Molos. In collaborazione con l’Associazione Arca e il Premio Calvino.

 

Domenica 27 settembre – San Salvatore Monferrato Parco Torre Paleologa (via Sottotorre) – ore 18

Simone Cristicchi, cantautore, attore teatrale e scrittore italiano eseguirà alcuni brani e dialogherà con il conduttore di RAI Isoradio Gianmaurizio Foderaro. Noto al grande pubblico per essere un artista poliedrico e profondo, raggiunge la fama nel 2005 con il brano ironico Vorrei cantare come Biagio e vince il festival di Sanremo nel 2007  con l'intensa canzone Ti regalerò una rosa. La sua carriera unisce canzone d'autore, impegno civile e teatro di narrazione. In collaborazione con Palco Reale Eventi.

 

Venerdì 2 ottobre – Pecetto di Valenza, Centro Culturale G. Borsalino (via Borsalino, 4) – ore 21

Niccolò Zancan, “L’ultimo operaio, canto finale della grande fabbrica” (Einaudi, 2026), in dialogo con Giorgio Barberis. Interventi musicali di Matteo Castellan, in collaborazione con la Pro Loco di Pecetto. L’ultimo operaio di Mirafiori sta per andare in pensione. L’ultimo che ha indossato la tuta blu, l’ultimo che ha visto l’Avvocato Agnelli e che ha tifato Juventus per riconoscenza. Niccolò Zancan ha raccontato la sua storia unica e fiera, prima che tutto questo mondo – novecentesco – svanisca dietro la curva del secolo.

 

Domenica 4 ottobre – San Salvatore Monferrato

Partenza e arrivo chiesa dell’Immacolata (loc. Valdolenga). Partenza ore 9.30

Nicola Ghittoni, “Walking in the Morning” – Camminata PeM 2026. Come sono cambiati i giornali (e i lettori di giornali) in questi anni? Come “leggerli” davvero? Come raccontano quello che ci succede intorno? Che lingua parlano? Perché nei titoli c’è sempre più rabbia? Ne parleremo con Nicola Ghittoni de Il Post che tutte le mattine li legge per noi e ce li racconta in Morning, uno dei podcast più seguiti in Italia. Il giornalista accompagnerà il pubblico nella tradizionale camminata di PeM che si snoderà per circa 6 km con partenza e arrivo dalla Chiesa dell’Immacolata, in frazione Valdolenga. In collaborazione con il CAI, sezione di San Salvatore Monferrato.

 

Domenica 4 ottobre – Cella Monte, Ecomuseo della Pietra da Cantoni (piazza Vallino) – ore 18

Danilo Sacco è un cantante e chitarrista folk-rock noto al grande pubblico per essere stato la voce solista del gruppo musicale I Nomadi, in sostituzione dello storico e compianto Augusto Daolio, tra il 1993 e il 2011. Nel 2011 inizia la sua produzione da solista.  Nel 2024 esce il suo quarto album “Minoranza rumorosa” . Il suo “Hold Fast Tour” da oltre un anno sta riscuotendo successi in tutta Italia. A dialogare con il cantautore: Francesco Lopena.

 

Mercoledì 7 ottobre – Casale Monferrato, Castello del Monferrato (piazza Castello) – ore 21

Giuseppe Culicchia presenta “Uah!: Vita e opinioni di Franz Zazzi, gentiluomo” (Mondadori, 2026), in dialogo con Miriam Massone (giornalista de La Stampa). Romanzo in forma di confessione, contro-biografia, racconto picaresco, finto memoir: UAH! è la storia di Franz Zazzi, antieroe scandaloso e irresistibile. Spacciatore, bodyguard di Rocco Siffredi ed ex galeotto, racconta senza filtri la propria vita a Pè, ovvero Giuseppe Culicchia. Con scrittura insieme ruvida e colta, Culicchia dà voce a un narratore che si autodistrugge e si reinventa continuamente, mescolando bestemmie e preghiere, delirio ideologico e bisogno d'amore. Un monologo interiore a tratti esilarante che diventa un viaggio allucinato e lucidissimo dagli anni Ottanta a oggi, con un finale di sorprendente umanità.

 

Domenica 11 ottobre – Alessandria, Piazzetta della Lega – ore 21

Saba Anglana. Cantante, attrice, scrittrice. Praticamente l’ospite perfetta di Pem!- Parole e musica in Monferrato e dell’Ottobre Alessandrino. I suoi album musicali sono distribuiti in oltre 60 paesi. Il suo ultimo libro “Signora Meraviglia” (Sellerio) è entrato nella dozzina finalista del Premio Strega 2025. Attrice in diverse produzioni teatrali (“Nel tempo degli dei” con Marco Paolini) e televisive (“La squadra” RAI3), Saba porta in scena spettacoli in cui al canto alterna la narrazione.

 

Lunedì 12 ottobre – San Salvatore Monferrato,

Teatro Comunale (piazzetta Fosca / via Cavalli) – ore 21

Lella Costa e Gabriele Vacis. “Pinocchio confidential” Di e con Lella Costa e Gabriele Vacis Scenofania di Roberto Tarasco. Tutti conoscono le avventure del burattino di legno che, tra una bugia e l'altra, sogna di diventare un bambino vero. A 200 anni dalla nascita di Carlo Collodi, Lella Costa e Gabriele Vacis tornano sul palco per smontare e ricomporre questo grande classico con il loro inconfondibile stile. Ne nasce una lezione spettacolo ironica e profonda, capace di trasformare la storia di Pinocchio in una lente d'ingrandimento sulla nostra contemporaneità: dalle bugie d'infanzia alle moderne fake news, fino a tutte le sfumature della menzogna. Un’occasione unica per riscoprire i temi universali di un capolavoro senza tempo e trovare nuove chiavi di lettura del quotidiano. In collaborazione con Biennale Junior di Letteratura per Ragazzi (Fondazione Carlo Palmisano - Biennale Piemonte e Letteratura).

 

La partecipazione agli appuntamenti del calendario di PeM Festival è gratuita. In caso di maltempo alcuni eventi si terranno al chiuso e a numero ridotto.

Alessandria

DAL 1° SETTEMBRE NUOVA PROCEDURA PER IL RILASCIO DELL’ATTESTATO DI IDONEITÀ ABITATIVA E NUOVI ORARI DEGLI UFFICI IGIENE E SANITÀ PUBBLICA E TUTELA ANIMALI

Dal 1° settembre 2026 entreranno in vigore nuove modalità di presentazione delle domande per richiedere l’Attestato di Idoneità Abitativa – il documento necessario per il ricongiungimento familiare, il rinnovo del permesso di soggiorno, il rilascio della Carta di soggiorno e l’inserimento nel mercato del lavoro – oltre ad un ampliamento degli orari di ricevimento al pubblico.

In particolare, la richiesta dell’attestato di idoneità andrà presentata direttamente all'Ufficio Igiene e Sanità Pubblica (Ufficio n. 15) con accesso esclusivamente su appuntamento, prenotabile online a questo link servizi.comune.alessandria.it

Lo sportello seguirà i seguenti nuovi orari di apertura: martedì dalle ore 14:30 alle ore 17:30 e mercoledì dalle ore 11:00 alle ore 13:30.

Per maggiori informazioni scrivere a: igiene@comune.alessandria.it.

 Anche l’Ufficio Tutela Animali (Ufficio n. 16), sempre a partire dalla stessa data, subirà una modifica degli orari di apertura al pubblico del relativo sportello, cui la cittadinanza si potrà recare il mercoledì mattina dalle ore 9:00 alle ore 11:00 previo appuntamento prenotabile online al link servizi.comune.alessandria.it

 

Per maggiori informazioni scrivere a: welfare.animale@comune.alessandria.it.

Alessandria

ORDINE DEI MEDICI: VACCINARE I BAMBINI È UNA SCELTA DI PREVENZIONE E

RESPONSABILITÀ

L’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di Alessandria, appreso il fatto del decesso della bambina di quattro anni morta a Palermo per un’infezione batterica da difterite, malattia infettiva per la quale non era vaccinata, invita i genitori a informarsi presso il proprio pediatra o medico di fiducia e a mantenere aggiornate le vaccinazioni dei propri figli secondo le indicazioni delle autorità sanitarie.

Ogni famiglia può rivolgersi, oltre che al proprio pediatra o medico di medicina generale, anche al servizio vaccinale territoriale per conoscere le vaccinazioni raccomandate, le eventuali dosi da recuperare e le modalità di somministrazione previste.

Le vaccinazioni rappresentano uno degli strumenti più importanti di prevenzione delle malattie infettive. Proteggono il singolo bambino e contribuiscono, attraverso una maggiore copertura vaccinale, a ridurre la circolazione delle infezioni e a tutelare le persone più vulnerabili.

Vaccinare i propri figli significa scegliere consapevolmente la prevenzione e affidarsi alle evidenze scientifiche e alle indicazioni dei professionisti sanitari. Invitiamo tutte le famiglie a verificare lo stato vaccinale dei propri figli e a rivolgersi ai servizi sanitari per ricevere informazioni personalizzate.

In ricordo della giornalista Emma Camagna, recentemente scomparsa, ripubblichiamo con affetto l’intervista realizzata nel maggio 2016 a cura di Bruna Bruni.

Un modo per custodire e condividere, attraverso le sue parole, il ricordo di una professionista che ha lasciato il segno.

Intervista alla

Giornalista Alessandrina

Emma Camagna

Da quanti anni sei Giornalista?

Sono iscritta all'Albo dal 1957, ma già da due/tre anni prima scrivevo qualche cosetta facendo da portaborse a mio papà, Giovanni Camagna, che era Giornalista. Anche ora a ottantatre anni, continuo ad esercitare, pur quasi a livello di volontaria.

 

È stato importante tuo papà nella tua vita professionale?

È stato determinante.

Pur essendoci differenze nei nostri modi di scrivere – lui era più ricco e ridondante, io ero più sintetica e scarna – e pur essendoci stati talvolta dei contrasti tra le nostre vedute, mio padre mi ha insegnato “l'Onestà nella professione”. Il giornalista è al servizio dell'informazione. I lettori hanno diritto a conoscere le notizie ovvero ciò che è realmente accaduto, in modo veritiero. Nel raccogliere e dare notizie il giornalista non deve lasciarsi condizionare da niente e da nessuno. Chi legge deve poter contare sulla verità dei fatti riportati.

Mio padre era molto rigoroso. Al fine di mantenere la propria indipendenza riteneva di non frequentare le persone e gli ambienti sui quali il giornalista è chiamato a scrivere. Personalmente non sono arrivata a tanto, ma, pur facendo vita sociale ed anche associativa, non mi sono lasciata mai influenzare ed ho sempre riportato i fatti così come erano. È stato così, ad esempio, anche all'epoca di Tengentopoli.

Certo, qualcuno allora può avermi anche odiato, ma deve aver poi capito di non potermi muovere alcuna critica. D'altra parte, non mi sono mai accanita contro qualcuno, limitandomi a riportare i fatti.

Ho sempre cercato di non omettere nulla e di non aggiungere nulla nel dare la notizia.

 

Come ha cominciato l'attività vera e propria?

Mio papà aveva avuto problemi di salute per cui dovette essere sostituito per circa sei mesi. Mi propose come sua sostituta ai Giornali e questi mi presero sulla fiducia. All'epoca non c'erano tanti giornalisti a portata di mano, in particolare in una città come Alessandria. Papà – anche al fine di poter mantenere la propria indipendenza – non amava lavorare per un solo giornale. Così ho fatto anche io in seguito – ho lavorato per la Stampa, il Corriere della Sera, il Corriere dello Sport e molti altri nell'arco della mia lunga carriera-. Questo ha comportato di guadagnare meno, ma ha permesso una maggiore libertà.

Le sostituzioni andarono bene ed io mi trovai “sul campo” ed è stando sul campo che si impara a fare il giornalista.

 

Qual è stato lo sviluppo della Tua carriera?

È stato uno sviluppo costante, anche se con i limiti della città di provincia in cui ti ritrovi a lavorare, per così dire “dentro ad un bozzolo”. Il mio lavoro, però, non è mai stato un tran tran, una routine.

 

Hai incontrato difficoltà? Quali? Hai mai pensato di non potercela fare?

Quando mi sono dedicata al giornalismo, vi erano alcune giornaliste di fama, come la Fallaci e la Caderna, che si dedicavano al giornalismo con taglio differente dal mio. A parte questi mostri sacri, quasi nessuna donna lavorava sul campo. Trovavi donne nelle redazioni, a svolgere l'attività in ufficio, ma non ne trovavi fuori, alla ricerca di notizie. Non posso dire, però, di aver trovato difficoltà. Forse anche per come sono fatta.

Personalmente penso di essere dotata di una “mediocritas” che ha rappresentato anche la mia forza.

Consapevole di dover lavorare io non mi tiravo indietro. Facevo le cose. Come sapevo, come potevo, ma le facevo. Arrivando anche per prima, pur non ritenendo di essere stata la migliore.

Così, ad esempio, sono stata la prima donna a fare la cronista sportiva.

In verità a volte non capivo subito bene quanto accadeva e mi aiutavo guardando gli appunti dei colleghi, ma intanto “facevo” e i miei giornali – ho scritto anche per il Corriere dello Sport – sono sempre stati soddisfatti del mio lavoro. Come prima donna cronista sportiva, mi pare nel 1971, fui persino intervistata e ripresa dal TG1 che mandò poi in onda il servizio.

Dopo ne sono arrivate molte altre croniste sportive migliori e più preparate di me. Ne sono consapevole. Avevo, comunque, aperto un nuovo fronte. Se ci si impegna, il lavoro si fa.

 

Hai provato sconforto? In quali occasioni?

In occasione della rivolta del carcere di Alessandria nel Maggio 1974.

Cesare Concu e altri due rivoltosi avevano chiesto di poter parlare anche ai giornalisti. Ci andammo, Marchiaro, Zerbino ed io. Loro due erano più spaventati di me, probabilmente perché io sono sempre stata un po' “incosciente”. Il Procuratori Parola, Buzio ed altre autorità di Alessandria propendevano per l'attesa, ritenendo che la stanchezza e la riflessione avrebbero indotto i rivoltosi a desistere.

Si era alla vigilia del Referendum sul divorzio.

Prevalse la logica interventista imposta dall'alto.

Morirono in sette. I carcerati Concu e Del Bono, le guardie carcerarie Gaeta e Cantiello, il Dr. Gandolfi, l'Assistente Sociale Vassallo Giarola e l'Insegnante Campi.

Morirono e per me, per tutti, fu più che sconforto. Furono immensi dolore e sgomento.

Anche l'alluvione del Novembre 1994 fu un grande dolore. Per gli alluvionati, per le morti e i danni alle persone, per il territorio e le case.

Ricordo la stretta al cuore e la desolazione vedendo le carcasse morte di  mucche e di altri animali galleggiare nel fango.

Quali sono stati i momenti più belli della tua professione?

Sono stati i momenti in cui ho ricevuto dei premi per l'attività professionale prestata.

Come tutti coloro che credono nel loro lavoro e lavorano con passione, il fatto che gli altri riconoscessero i miei sforzi ed il mio impegno mi ha sempre gratificata molto.

 

A che punto della Tua vita lavorativa hai realizzato di “avercela fatta”, di essere riuscita a diventare una Giornalista in carne ed ossa?

Adesso che sono anziana e che posso permettermi di scrivere anche di argomenti che mi piacciono, liberamente, senza dover fare i conti con le esigenze dei giornali e con la difficoltà di sottrarre tempo al lavoro ordinario. Così, ad esempio, mi sono dedicata alla scrittrice Elda Lanza.

 

Ami ancora il Tuo lavoro? Che cosa Ti piace della Tua professione?

Tutto mi piace. Ed ora che sono libera mi piace raccontare la vita degli altri. Mi piace scovare personaggi di Alessandria e dintorni che si sono distinti nella loro vita o nel loro lavoro.

Mi piace parlarne, perché non se ne perda il ricordo, per arricchire la storia del nostro territorio con qualche notizia in più che rischierebbe di andare persa per sempre.

 

Tu sei particolarmente nota come giornalista di “cronaca giudiziaria”. Da quanto Ti ci dedichi?

In verità da sempre. Già nel 1955/1956 prima di essere iscritta all'Albo.

Avevo seguito il processo del calzolaio Emilio Olmo di Piazza Marconi, accusato di aver ucciso moglie e garzone. Allora, però, raccoglievo le notizie per mio padre che poi scriveva i pezzi.

Ho sempre scritto di cronaca giudiziaria, anche se in una città di provincia come Alessandria i giornalisti scrivono un po' di tutto. Da ben più di 15 anni mi dedico “in particolare” alla cronaca giudiziaria.

 

Tu hai anche lavorato per la televisione locale e nazionale. Che cosa ha rappresentato per la Tua professione la televisione?

Mi ha dato la notorietà. È incredibile quanta notorietà ti dia la televisione. Se compari in TV la gente ti riconosce, ti ferma, ti chiede le cose. Ho lavorato 30 anni per Telecity e per la RAI nazionale.

 

Per il nostro territorio Tu non sei solo una brava ed affermata giornalista, Tu sei la signora Emma, sempre elegante ed in ordine. Sei Emma, l'amica Emma e per molti che hai conosciuto e frequentato la “cara Emma”. Secondo te a che cosa sono dovute la Tua popolarità e la simpatia e l'affetto che molti provano per Te?

Sicuramente ai tanti anni di televisione e al fatto che da sessant'anni giro a piedi per le vie della città, salutando e chiacchierando con le persone e commentando con loro gli ultimi fatti andati in TV.

 

Pensi di essere un po' eccentrica?

Appena appena. A parte il fatto di fumare qualche volta il sigaro, che è una nota di colore  marginale, ritengo di non essere un'eccentrica.

E' stata molto più eccentrica di me mia madre che, ad esempio, faceva al contrario degli altri, a proposito dell'indossare “l'abito della domenica”. Secondo mia mamma bisognava vestirsi bene durante la settimana e vestirsi come si voleva di domenica.

 

Sei orgogliosa di essere un'ex allieva del Liceo Classico Plana? Che ricordi hai di Umberto Eco?

Sono molto orgogliosa, anche anche se io non sono stata una brava allieva. Non ho mai capito niente di matematica e venivo rimandata a Settembre. Mia mamma mi chiamava “l'ignorantona”.

All'epoca c'erano le classi femminile e maschile. Eco ed io eravamo, perciò, in classi separate; Lui nella sezione A maschile ed io nella sezione B femminile. Lui era molto amico di Gianni Coscia. Era un simpaticone. Semplice. Nello stesso tempo, a volte un po' arrogante e strano, ma geniale.

E' stato criticato dagli alessandrini che lo hanno accusato di aver dimenticato la sua città.

Non è, invece, vero che avesse dimenticato Alessandria. Senza renderlo noto, anzi, è stato generoso nei confronti della sua città natale.

Quando veniva ad Alessandria – era venuto, tra l'altro, ad una rappresentazione di Gelindo – lo intervistavo. Lui mi rispondeva in dialetto. Ricordava tutti i nomi e cognomi delle mie compagne di classe.

Quando intervistandolo, gli diedi del Lei, Eco mi disse: “Mi dai del “lei”? Ma tu sei Emma Camagna….”

Al Plana in 4^ e 5^ Ginnasio ebbi come insegnante di latino e greco Don Soria.

Da lui imparai poco di lettere antiche, ma, in compenso, lui mi insegnò l'amore per chi ha sbagliato.

Da Cappellano del carcere diceva: “Ad un carcerato non chiedo quale reato abbia commesso, chiedo se sia disposto a redimersi”. E furono in molti a redimersi grazie a Don Soria che fece grandi cose per i carcerati.

 

Tu hai fatto del volontariato?

Già in famiglia mi erano stati trasmessi i valori della carità e dell'amore per il prossimo. Si frequentava la Michel e molto giovane fui indirizzata alla S. Vincenzo come damina.

Poi venne il volontariato in carcere interrotto bruscamente dal trauma della strage del Maggio 1974.

Il volontariato a cui mi dedico da trent'anni (ma che ancora prima avevo lungamente praticato interrompendolo per un certo arco di tempo) è quello legato ai viaggi a Lourdes, oltre al volontariato con varie altre associazioni

Il volontariato per me è stato ed è importante. Mi da un senso di appagamento e serenità. Devo ammettere che vi è anche una vena di egoismo nel mio approccio al volontariato. E' come se, praticandolo, mi lavassi un po' la coscienza per gli sbagli e le manchevolezze che come persona non sono riuscita e non riesco ad evitare. Di certo, il mondo oggi si regge molto sul volontariato

 

Che consigli daresti a dei giovani che volessero intraprendere la carriera di Giornalista?

Consiglierei di lavorare con tenacia, affrontando anche sacrifici, nella consapevolezza che impegnandosi seriamente si possono realizzare le proprie aspirazioni.

Consiglierei “onestà” nel dare le notizie in modo veritiero. Al di sopra delle parti. Senza lasciarsi influenzare. Senza aggiungere o togliere ai fatti. Consiglierei di verificare con attenzione la attendibilità delle fonti (oggi anche con riferimento alle notizie provenienti da INTERNET).

Consiglierei anche “l'umiltà” dote che pare talvolta mancare, non solo tra noi giornalisti, ma anche nelle altre categorie. Fondamentale è, però, soprattutto l' “onestà” nel lavoro del giornalista, che garantisce anche il rispetto. Rispetto per i lettori, per l'informazione, per i soggetti “coinvolti” dalla notizia.

Rispetto anche per noi stessi, come persone e come giornalisti.

LA SPERANZA NON MUORE

La calura che dura da quasi due mesi, senza dare tregue per un minimo refrigerio che dia sollievo soprattutto ai più fragili, lascia pensare che anche i cervelli delle persone che hanno responsabilità politiche ne subiscano l’impatto negativo.

Infatti, se ci fermiamo per un po’ a riflettere sul quadro generale del nostro pianeta siamo subissati da eventi negativi e violenti in ogni angolo della terra: guerre, devastazioni, esodi biblici provocati da presunti privilegi o risarcimenti, catastrofi ambientali, elenchi di violenze e di morti individuali… Potremmo proseguire ma il cahier des doléances risulterebbe una pagina nera senza speranza.

Non c’è volontà di dipingere un quadro a tinte fosche ma la realtà va guardata in faccia per evitare di prenderci in giro e di credere di vivere nel paese delle meraviglie di Alice.

In giro per il mondo ci troviamo di fronte a personaggi sanguinari che non esitano a mettere a ferro e a fuoco Paesi che hanno ricchezze nel sottosuolo e che fanno gola a chi ritiene di essere più prepotente degli altri. Perché la verità sta soltanto nell’avidità di accaparramento di beni che possono servire ai propri interessi, o a qualche sodale della propria cerchia.

La difesa di questi interessi produce anche un’altra industria molto redditizia: quella delle armi. Qualche Governo ha già iniziato la riconversione di industrie per la loro produzione, altri Governi si apprestano a stanziamenti nei loro bilanci per l’acquisto in nome di una difesa da ipotetici invasori o attacchi “nemici”. Le nuove tecnologie sanno farsi beffe dei sistemi convenzionali e qualunque guerra sarebbe una catastrofe umana. Forse non ce ne stiamo rendendo conto.

Sul fronte del disastro ambientale una notizia di questi giorni l’ha offerta con un video sui social Federica Brignone che, salita a Plateu Rosa, stazione sciistica ai piedi del Cervino aperta tutto l’anno a 3488 metri, si è trovata davanti uno scenario apocalittico: terra e rocce al posto della neve e un ghiacciaio grigio segnato da pozze d’acqua. È l’effetto di un mancato “rigelo” notturno dovuto alle temperature che superano i 10 gradi di giorno e non scendono sotto le zero termico di notte. Zermatt ha chiuso gli impianti e Cervinia lascia salire escursionisti ma non sciatori.

È una delle tante realtà che ci sfiorano quotidianamente e sulle quali lasciamo depositare l’indifferenza continuando, da decenni, a mantenere gli stessi tenori di vita che ci vengono “imposti” perché vissuti acriticamente. O facciamo spallucce di fronte agli allarmi della scienza sul disastro ambientale che stiamo consumando. Con buona pace della “Laudato sì” di Papa Francesco!

Guardandoci intorno, però, la speranza non viene meno. Due persone ci hanno lasciato in questi giorni: don Antonio Mazzi e Franco Baresi. Due esempi per tutti, per i giovani in particolare, che vanno ad aggiungersi ai tanti che costellano la nostra vita quotidiana o che rimangono vivi nel ricordo di molti come lo è stato don Angelo Campora. Ed è uno dei motivi per i quali la speranza non muore.

Marco Caramagna

Residenze reali sabaude

QUATTRO CONCERTI

NEI GIOVEDì DI AGOSTO

Nei quattro giovedì di agosto, la rassegna musicale Armonie Reali celebra l’incontro tra l’armonia della musica classica e il patrimonio storico-artistico delle quattro Residenze Reali Sabaude che la ospitano. Realizzata dall’Associazione Sandro Fuga con la direzione artistica di Carlotta Fuga, la rassegna propone un percorso musicale attraverso alcuni dei luoghi più rappresentativi del patrimonio sabaudo – la Reggia di Venaria, la Palazzina di Caccia di Stupinigi, il Castello del Valentino e il Castello di Agliè - offrendo al pubblico l’opportunità di vivere un’esperienza in cui la bellezza della musica dialoga con quella delle Residenze ospitanti, valorizzandone la storia, gli spazi e l’atmosfera.

Ogni giovedì di agosto, una delle quattro Residenze protagoniste della rassegna ospita un concerto pomeridiano in un contesto di straordinario valore storico e architettonico. La rassegna concertistica Armonie Reali, ideata e realizzata dall’Associazione Sandro Fuga in collaborazione con il Consorzio delle Residenze Reali Sabaude e con il contributo di Fondazione CRT e delle aziende FIRGAT e UNICO srl, prende avvio giovedì 6 agosto alle ore 16.30 alla Reggia di Venaria con il concerto del Duo Fuga formato dai fratelli Carlotta e Giacomo, che propongono un repertorio per pianoforte a quattro mani eseguendo composizioni di Dvoràk, Brahms e Schubert. Teatro del concerto è la prestigiosa Sala di Diana, cuore barocco della Reggia.

L’appuntamento successivo si tiene il 13 agosto alle 16.30 nel salone centrale della Palazzina di Caccia di Stupinigi, con una proposta che ricrea il mondo musicale alla corte dei Gonzaga e che vede protagonista il liuto di Massimo Marchese e la voce del soprano Elena Bertuzzi.

Il 20 agosto alle 16.30 nel Salone d’Onore del Castello del Valentino la violoncellista Arianna di Martino e il pianista Giacomo Fuga si esibiscono in composizioni di Brahms e Grieg.

CONSORZIO DELLE RESIDENZE REALI SABAUDE Ufficio Stampa Reggia di Venaria - Piazza della Repubblica 4 - 10078 Venaria Reale (TO) - Italia tel. +39 011 4992300 - fax +39 011 4598432 press@lavenariareale.it - www.residenzerealisabaude.com - www.lavenaria.it

L’ultimo appuntamento del 27 agosto alle ore 18 presso la Sala Rossa del Castello Ducale di Agliè vede infine impegnati il mezzosoprano Elisa Barbero e il baritono Kim Johan che, accompagnati dal pianoforte di Francesco De Giorgi, ricreano una tipica atmosfera dei salotti ottocenteschi eseguendo arie di Rossini, Donizetti, Bellini e Mozart.

La rassegna si configura, grazie al suo connubio tra musica, storia e architettura come un importante occasione per il pubblico che potrà visitare le Residenze e ascoltare musiche immortali, eseguite da musicisti di indubbio talento.

INFORMAZIONI

L’ingresso al concerto in programma presso il Castello del Valentino è gratuito. I concerti ospitati dalla Reggia di Venaria, dal Castello di Agliè e dalla Palazzina di Caccia di Stupinigi sono compresi nel biglietto di ingresso alle rispettive Residenze. Per prenotazioni: servizialpubblico@lavenariareale.it.

Info e programma: residenzerealisabaude.com

«Volevamo l’America»:

dal romanzo al recital di teatro-canzone.

Sul mio blog racconto come il romanzo "Un giorno arriverò" (che mi fu pubblicato nel 2012 da Editrice Salani) sia diventato, ora, un recital di teatro-canzone intitolato «Volevamo l'America». Quella storia – ispirata al sogno del mito americano e al legame indissolubile tra due sorelle, Anita e Irene, divise dall'Oceano – prende forma nuova e diventa un recital di teatro-canzone intitolato «Volevamo l'America», creato e portato in scena insieme a Sergio Salvi. Un’ora di narrazione, musica e canzoni per ripercorrere le ansie e le speranze di quando erano in molti a sognare "la Merica".

Il racconto di come è nato lo spettacolo e l’annuncio delle prime date estive (si parte l'11 agosto a Frugarolo!) su questo link: volevamo-lamerica

Castellamonte

MOSTRA INTERNAZIONALE DELLA CERAMICA

Dal 22 agosto al 13 settembre

La Città di Castellamonte si prepara ad accogliere la sessantacinquesima edizione della Mostra Internazionale della Ceramica, uno degli appuntamenti più prestigiosi dedicati all'arte ceramica in Italia, in programma dal 22 agosto al 13 settembre 2026.

Curata dal prof. Giuseppe Bertero, la manifestazione guarda al futuro con rinnovata energia senza mai perdere il legame con una tradizione secolare che ha reso Castellamonte un punto di riferimento nel panorama della ceramica artistica e artigianale. Un patrimonio nato grazie ai preziosi giacimenti di argilla rossa delle colline canavesane, dai quali hanno avuto origine stoviglierie, manufatti e soprattutto le celebri stufe di Castellamonte, oggi autentiche icone del design e dell'eccellenza del Made in Italy.

Inserita nel programma del Festival della Reciprocità delle Tre Terre Canavesane (Castellamonte, Agliè e San Giorgio Canavese), la Mostra rappresenta una prestigiosa vetrina internazionale per artisti, artigiani e manifatture che, attraverso linguaggi contemporanei e tecniche tradizionali, testimoniano la vitalità di un'arte in continua evoluzione. Anche quest'anno la manifestazione ospiterà il concorso internazionale "Ceramics in Love", giunto all'ottava edizione, ormai riconosciuto come uno dei principali appuntamenti dedicati alla ceramica contemporanea. Saranno 136 gli artisti selezionati provenienti da 22 Paesi, a conferma della crescente dimensione internazionale della rassegna.

Sedici sedi espositive nel cuore della città La Mostra si svilupperà in 16 punti espositivi, tra sedi istituzionali e spazi privati, trasformando il centro storico di Castellamonte in un grande museo diffuso dedicato alla ceramica. essandro Antonelli ospiterà monumentali sculture in ceramica realizzate da artisti italiani e internazionali.

Palazzo Botton - Nel prestigioso edificio settecentesco la nazione ospite sarà la Francia, grazie alla collaborazione tra l'Associazione Italiana Città della Ceramica (AiCC) e la città francese di Saint-Amand-en-Puisaye, gemellata con Castellamonte e tra i più importanti centri europei della ceramica.

Dopo gli omaggi dedicati a Romania, Marocco, Cina e Spagna, il percorso internazionale della Mostra prosegue con la Francia, rafforzando il dialogo culturale tra le grandi tradizioni ceramiche europee.

Al piano nobile sarà visitabile la Raccolta Civica di Terra Rossa, con opere di importanti protagonisti dell'arte contemporanea quali Arnaldo Pomodoro, Carlo Zauli, Nino Caruso, Alessio Tasca, Enrico Baj, Ugo Nespolo, Giovanni Matano e Stefano Merli.

Le teche espositive presenteranno inoltre opere di design ceramico e dell'artigianato locale, insieme ai lavori di artisti che hanno insegnato presso lo storico Istituto Statale d'Arte di Castellamonte, tra cui Enrico Carmassi, Ugo Milani, Alfeo Ciolli, Renzo Igne, Angelo Pusterla, Sandra Baruzzi e Guglielmo Marthyn. Saranno inoltre esposte le opere premiate nelle precedenti edizioni della Mostra e una significativa selezione di "Ceramiche Sonore", autentiche sculture sonore nate dal concorso internazionale dedicato ai fischietti in terracotta. Il balcone dell’Arte ospita quest’anno Brenno Pesci in occasione del cinquantesimo anniversario della sua prima esposizione.

Centro Congressi Martinetti - Ospiterà una selezione della straordinaria collezione di oltre 4.000 fischietti donata alla Città dall'artista Mario Giani (Clizia), insieme ai lavori della quinta edizione del concorso "Ceramiche Sonore", promosso nell'ambito della manifestazione nazionale "Buongiorno Ceramica".

Orto Sociale "Di Camillo" - Lo spazio dedicato all'incontro tra arte e inclusione sociale accoglierà nuovamente "Relazioni", l'opera di Denis Imberti e del collettivo Abracadabra, ispirata ai disegni realizzati dagli autori del gruppo.

Ceramiche da Indossare – CNA Federmoda

Torna la quindicesima edizione della mostra dedicata al gioiello ceramico artigianale, con creazioni che coniugano ricerca artistica, design e sapienza manifatturiera.

Arcate di Palazzo Antonelli - Saranno esposte sei spettacolari stufe di Castellamonte, simbolo della tradizione produttiva cittadina e ancora oggi esempio di innovazione, qualità e design.

Liceo Artistico Statale "Felice Faccio" - Gli studenti della sezione ceramica presenteranno una mostra dedicata al dialogo tra tradizione e contemporaneità, offrendo uno sguardo sul futuro della ceramica attraverso il talento delle nuove generazioni.

Le sedi private

Completano il percorso espositivo alcune delle più  significative realtà artistiche e produttive del

territorio:

• Cantiere delle Arti, con opere di Sandra Baruzzi, Guglielmo Marthyn e Davide Quagliolo;

• Fornace Pagliero Castellamonte di Daniele Chechi, con la Mostra d’arte dedicata alle stufe

elettriche di carattere fiabesco;

• Galleria La Girandola, con la mostra personale "Regno Animale" di Brenno Pesci;

• La Castellamonte, con la collettiva dei maestri della manifattura;

• Ceramiche Castellamonte;

• Ceramiche Cielle;

• Ceramiche Grandinetti;

• Ceramiche Camerlo, con le sedi di Castellamonte e Sant'Anna Boschi.

Eventi collaterali

Per tutta la durata della manifestazione Castellamonte sarà animata da un ricco calendario di eventi culturali, musicali ed enogastronomici, oltre a visite guidate anche in orario serale che consentiranno al pubblico di vivere appieno il patrimonio artistico della città.

Tra le iniziative in programma anche le visite guidate ai suggestivi Castelletti, spettacolari calanchi di argilla rossa che per secoli hanno fornito la materia prima destinata alla produzione di mattoni refrattari, stoviglie, stufe e opere in ceramica. Le visite si svolgeranno ogni domenica, con prenotazione in loco.

Informazioni

 

Orari di apertura:

• Martedì – Venerdì: 16.00 – 20.00 .  • Sabato e Domenica: 10.00 – 20.00

Ingresso libero

Ufficio Cultura – Comune di Castellamonte - Tel. 0124 5187216 - Cell. 335 1404689

cultura@comune.castellamonte.to.it

www.comune.castellamonte.to.it

Facebook Mostra della Ceramica – Castellamonte

Instagram: mostra_ceramica_castellamonte

Alessandria

IL NUOVO LOGO DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI ALESSANDRIA

Memoria e responsabilità al servizio del territorio. Un segno di continuità e rinnovamento per riaffermare il ruolo della Fondazione come istituzione vicina alla comunità e orientata al futuro delle nuove generazioni.

La Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria presenta il proprio nuovo logo, un segno di continuità e, insieme, di rinnovamento, pensato per raccontare con immediatezza la propria identità, il legame vivo con il territorio e la responsabilità di accompagnarne lo sviluppo. In un tempo attraversato da nuove sfide sociali, economiche e culturali, la Fondazione conferma il proprio impegno a essere una presenza vicina, attenta e generativa, capace di ascoltare la comunità e di trasformare le sue energie in opportunità condivise.

“In queste prime undici settimane di Presidenza della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria ho incontrato quotidianamente rappresentanti del mondo istituzionale, imprenditoriale, associativo e del volontariato, entrando in contatto con circa 180 realtà del territorio. In ciascun incontro ho ritrovato passione, competenza e un profondo senso di appartenenza. Ne è emerso con chiarezza quanto la Fondazione rappresenti un punto di riferimento per la comunità: un perno attorno al quale ruotano attività, progetti, servizi, ma anche sogni, speranze e aspettative condivise”, dichiara il Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, Paolo Arrobbio.

Il nuovo logo nasce da questo dialogo costante con il territorio e rappresenta la sintesi di una nuova fase nella quale la Fondazione intende rafforzare il proprio ruolo di sostegno alla progettualità diffusa. Non si tratta di un semplice restyling di immagine, ma di un segno con cui la Fondazione desidera rivolgersi alla comunità e a tutti coloro che, ogni giorno, contribuiscono a costruire il futuro della provincia di Alessandria.

Attraverso questa nuova immagine, la Fondazione afferma la volontà di essere sempre più al fianco di chi genera valore, accompagna percorsi di sviluppo e apre nuove possibilità per le giovani generazioni, affinché possano continuare a vivere, crescere e contribuire nei territori in cui si sono formate. L’impegno quotidiano sarà orientato a consolidare un legame forte con il territorio, fondato sull’ascolto, sull’apertura e sul dialogo con tutte le comunità locali: dal Comune capoluogo, Alessandria, ai medi e piccoli centri della provincia.

I valori che guidano la Fondazione — ascolto, prossimità, solidarietà, trasparenza e responsabilità — rappresentano il modo concreto con cui l’istituzione sceglie di stare accanto al territorio. Sono valori che orientano le decisioni, alimentano il dialogo con le istituzioni e con il tessuto sociale ed economico, e rafforzano la volontà di sostenere progetti capaci di generare crescita, inclusione, fiducia e speranza nelle comunità.

Nel nuovo logo la Fondazione ha voluto sintetizzare la propria identità, la propria missione e lo spirito di un’istituzione che guarda al futuro della comunità senza smarrire le proprie radici culturali ed economiche. Il nuovo logo si riassume così in due parole: Memoria e Responsabilità.

Memoria e responsabilità costituiscono, per una fondazione di origine bancaria, un’eredità morale e civile da custodire con consapevolezza e da rinnovare con visione. Fare memoria significa riconoscere le radici profonde di una comunità, onorarne la storia e dare continuità al cammino compiuto da generazioni di persone, istituzioni e territori. Agire con responsabilità significa trasformare questa eredità in scelte concrete e durature, capaci di sostenere lo sviluppo del territorio e di confermare la vocazione sociale della Fondazione: stare accanto alle fragilità, promuovere sanità, ricerca e cultura, e contribuire ogni giorno al bene comune.

“Con questa nuova immagine intendiamo riaffermare il ruolo della Fondazione come istituzione al servizio della comunità: una fondazione di origine bancaria chiamata a custodire il valore della propria storia e, al tempo stesso, a orientare con responsabilità le proprie risorse, le proprie competenze e la propria visione verso il progresso del territorio”, conclude il Presidente Paolo Arrobbio.

È da questa consapevolezza che nasce l’impegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria: esserci con serietà, ascoltare con attenzione, accompagnare con continuità e contribuire, insieme alla comunità, alla costruzione di un futuro più solido, più inclusivo e più giusto per le generazioni che verranno.

È toccato proprio all’architetto Rossana Balduzzi, componente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria,’raccontare’ il nuovo logo: come è nato, cosa rappresenta e anche quali saranno le sue modalità di utilizzo.

“A vent’anni dalla nascita del precedente marchio, la Fondazione rinnova la propria identità visiva non per rinnegare la storia, ma per rappresentare con maggiore efficacia ciò che è diventata oggi.

Il nuovo simbolo nasce dal portale, immagine essenziale e ricca di significati: una soglia aperta che accoglie, mette in relazione e crea dialogo tra istituzioni, persone e territorio. Il richiamo è al Palatium Vetus e al suo Broletto, antico luogo delle assemblee pubbliche e delle decisioni della comunità. Il portale esprime apertura, incontro e passaggio, ma anche solidità, stabilità e continuità: valori fondamentali per una Fondazione. La scelta dei colori rafforza questo racconto: il blu rappresenta affidabilità e rigore istituzionale, l’oro il valore della cultura e del patrimonio, il rosso l’energia e l’impegno verso la comunità, l’azzurro l’innovazione e il futuro. Anche la scelta tipografica è stata pensata per mantenere equilibrio tra istituzione e territorio, valorizzando al tempo stesso la memoria dell’origine bancaria. Il nuovo logo è stato progettato per vivere nei linguaggi contemporanei – documenti, web, social e dispositivi digitali – con semplicità, riconoscibilità e durata nel tempo. È un’identità che interpreta il passato e guarda ai prossimi vent’anni, rendendo i valori della Fondazione più vicini alle nuove generazioni. Per questo il nuovo marchio si riassume in due parole: Memoria e Responsabilità.”

Riprende la parola il presidente Paolo Arrobbio: “Un primo, concreto esempio dell’apertura di questa nuova fase è certamente il progetto ‘Le Vie del Gusto’, promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria e pensato per trasformare le eccellenze agroalimentari della provincia in un motore di sviluppo turistico, culturale ed economico. Il primo capitolo, dedicato al tartufo, vedrà cavatori, produttori, ristoratori, strutture ricettive, operatori turistici e istituzioni lavorare insieme per valorizzare una delle eccellenze più rappresentative del territorio, offrendo ai visitatori esperienze autentiche e coordinate”.

“Le Vie del Tartufo” sarà presentato ufficialmente il 5 ottobre a Milano nel corso di una cena esclusiva riservata a giornalisti, stampa di settore, opinion leader, buyer e stakeholder del mondo  dell’enogastronomia, ma si sta predisponendo la partecipazione anche ad altri importanti appuntamenti: dal Cook Fest (Milano, 16-18 ottobre 2026) al Pitti Taste (Firenze, 6-8 febbraio 2027).

“Il prodotto vino c’è - dichiara Walter Massa, Presidente di Terre Derthona Gavi -, anzi i prodotti vino ci sono, perché Gavi in 40 anni è passato da 200 a 1600 ettari di vigneto di Cortese con 14 milioni di bottiglie prodotte e vendute all’anno nel mondo. Nei colli tortonesi da sempre coltiviamo uve a bacca nera. Barbera soprattutto, che dal 2005 stiamo valorizzando come Monleale DOC, e uve a bacca bianca: sia Cortese che Timorasso, passato in tre lustri da 50 a 550 ettari, e che si sta dimostrando sempre più un modello, un caso storico unico nelle “galassie” del vino. Siamo in una delle 4 aree mondiali più importanti per il vino, il Piemonte è un plus impagabile. Abbiamo tre autostrade che ci attraversano da sud a nord, valli e Appennino, e occorre anche sfruttare la presenza di Mc Arthur Glen Serravalle, che porta ogni anno in zona milioni di persone da tutto il mondo. Dobbiamo affrontare il mondo nei salotti della gastronomia con la frutta sciroppata, soprattutto Volpedo, pesche sciroppate e anche fresche, la frutta della Valcurone, le ciliegie di Garbagna, le Profumate di Tortona le Ortolane di Castelnuovo, le salse di pomodoro, e la verdura fresca degli orti della valle Scrivia, il formaggio Montebore, il salame Giarolo, il tartufo del Piemonte Bianco d’Alba, dei boschi di San Sebastiano e Sardigliano, trainando i vari carri con due grandi vini bianchi (e il mondo vuole vino bianco) con la loro storie Gavi e Derthona, ed un rosso da uve Barbera Monleal”.

“Il vino è turismo, ma il Turismo può e deve essere molto più del solo vino e la Strada dei Vini e dei sapori del Gran Monferrato che in questi anni si sta consolidando sui territori dell’Acquese, Casalese e Ovadese e che tocca più di 100 Comuni vuole dare un contributo con il suo progetto QUI: Qualità, Unicità, Identità- afferma Carlo Ricagni, Presidente Strada dei Vini e dei Sapori del Gran Monferrato. - Rafforzare l’identità del prodotto turistico insieme a quello dei prodotti legati all’agricoltura e a quello dei nostri artigiani che con la loro cultura dei saperi sanno proporre esperienze indimenticabili. Proprio le esperienze sono al centro della proposta di quest’anno che certamente potranno valorizzare l’accoglienza del Monferrato. Inoltre la creazione di un paniere di prodotti di filiera corta si aggiungerà come proposta identitaria del nostro territorio. Il Brand Monferrato è in crescita e La Strada del Gran Monferrato vuole essere parte importante della sua valorizzazione”.

Roberto Cava, Presidente Alexala conclude: “La crescita che la provincia di Alessandria sta registrando sul piano turistico è un segnale molto incoraggiante. I dati ci dicono che il territorio è sempre più attrattivo e che il lavoro svolto negli anni, insieme a istituzioni, operatori e comunità locali, sta producendo risultati concreti. Tuttavia, i numeri rappresentano un punto di partenza, non un punto di arrivo. Il vero salto di qualità passa ora dalla capacità di trasformare questa crescita in uno sviluppo strutturale e duraturo. Dobbiamo rafforzare il posizionamento della provincia di Alessandria come destinazione riconoscibile, investire nella qualità dell’accoglienza, sviluppare prodotti turistici sempre più integrati e valorizzare le peculiarità, dai grandi attrattori ai piccoli borghi. L’obiettivo non è semplicemente aumentare gli arrivi o le presenze, ma generare un turismo che produca valore per le imprese, opportunità per le comunità locali e una forte governance capace di guidare il futuro, con obiettivi chiari e una visione davvero condivisa”.

Il nuovo logo presentato a Palatium Vetus sarà da oggi utilizzato per tutte le attività di comunicazione (cartacee e on line) della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria e dei suoi partner.

Un segno di continuità e rinnovamento per riaffermare il ruolo della Fondazione come istituzione vicina alla comunità e orientata al futuro delle nuove generazioni.

Alessandria - 25 giugno 2026

"Ricerca di una buona vita"

Questa è la prima iniziativa che si inserisce in un ciclo di tre incontri organizzati dall’Associazione “Don Angelo Campora” che ha sempre cercato di contribuire, per quanto nelle sue possibilità, a contrastare il disagio in contesti ove questo è conclamato.

Dall'esperienza di questi anni sono emerse due questioni:

 • Il disagio, in varie forme e proporzioni, è diffuso in ogni ambito;

 • Solo individuando e perseguendo buoni esempi di vita e acquisendo un po’ di equilibrio è possibile aiutare sé stessi ed essere efficaci cercando di aiutare altri.

Si è quindi voluto organizzare tre incontri con testimonianze scritte o non scritte di vita buona, libera da esagerazioni, schiavitù, malvagità e follie che imprigionano le esistenze impedendo di vivere secondo le proprie inclinazioni ed i propri talenti.

Durante questi incontri conosceremo modi di approcciare l’esistenza lontani dal consumismo sfrenato e dalla esasperata ricerca di denaro, di potere e di affermazione personale, volti, invece, alla ricerca dei “fondamentali” di una vita più fedele a noi stessi, intesi come componenti del genere umano, e più in sintonia con gli altri esseri viventi e, più in generale, con tutte le altre forme di vita, con il pianeta ed oltre.

 

Questo primo incontro è stato con lo scrittore, Avv. Andrea Quaglini che alla sua professione di Avvocato ha affiancato attività legate alla protezione dell’ambiente, studio ed approfondimenti di varie discipline, coltivazione della lavanda, attività di scrittore di testi giuridici e non. Persona preparata, ma anche con un bel tratto umano come emerso da questo incontro dove ha colloquiato con il Direttore di Pagine Azzurre, il Giornalista Marco Caramagna, e lo Scrittore Bruno Volpi.

 

Avv. Brunella Bruni

Con gli eventi dell’11 giugno – omaggio alla Città di Alessandria - la programmazione 2025-26 35° anniversario dall’atto costitutivo dell’Associazione “Amici ed ex Allievi del Liceo Scientifico Galileo Galilei di Alessandria APS” si è trasformata in memoria collettiva.

Celebrazione dei soci e dei volontari che hanno creduto e che continuano a credere nella carta statutaria e nell’eredità culturale dell’Associazione plasmandone il dettato in un ciclo di prestigio a favore dell’intera collettività con il percorso storico / didattico STORIA DI ALESSANDRIA E DEL SUO TERRITORIO, patrocinio Provincia e Città di Alessandria.

Progetto nato nell’inverno del 2025 da un’idea della socia fondatrice, Ing. Gabriella Bisio, grazie all’entusiastica collaborazione dell’Arch. Giovanni Cellè, laurea in Architettura al Politecnico di Torino nei panni del relatore “istrione”.

Conclusosi giovedì 11 giugno, la prima lezione si era tenuta lo scorso 22 gennaio 2026, l’offerta, già di per sé interessante, si è manifestata in tutta la sua ricchezza con l’esposizione di testi, giornali e riviste d’epoca, letture e tavoli di consultazione con cartografie e documenti d’archivio.

Appuntamenti che hanno unito emozione e visione nel futuro della convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nella sintesi programmatica del marchio registrato dell’Associazione I più fragili tra i più deboli / GIALLO come il MIELE, dal 2013 presente nell’offerta formativa di qualità, regionale e non solo, per tutti i docenti di ogni ordine e grado.

Proposta che è stata anche, il motore propulsivo per far divulgare capillarmente alla cittadinanza l’intento dell’Associazione “Amici ed ex Allievi del Liceo Scientifico Galileo Galilei di Alessandria APS”, di avviare, con successo, la petizione al Comune di Alessandria per l’intitolazione di un’area di circolazione alla Prof.ssa Giuliana Paravidino Ponzano (1912 – 1884), Preside, Presidente fondatrice dell’Università delle Tre Età di Alessandria, Medaglia d’oro della Pubblica Istruzione.

Il progetto, che ha come capofila l’Associazione “Amici ed ex Allievi del Liceo Scientifico Galileo Galilei di Alessandria APS” e D.I.V.A. Uno sguardo sull’universo femminile, è in rete con le Associazioni della Consulta P.O. del Comune di Alessandria C.I.F. Presidenza provinciale Alessandria, La Voce della Luna Associazione di Cultura cinematografia, Associazione SpazioIDEA Alessandria e  Il Moscardo food & books, Hotel Londra Alessandria,  F.A.I. sezione di Alessandria.

Dedicato alla compianta Preside Giuliana Paravidino Ponzano anche un altro originale progetto dell’Associazione “Amici ed ex Allievi del Liceo Scientifico Galileo Galilei di Alessandria APS”, la Passeggiata Letteraria che, dalla primavera 2025,  si sta rinnovando con sempre maggiore seguito trovando naturale  dimensione logistica nell’ambito del Giardino Botanico “Dina Bellotti” di Alessandria con la supervisione degli Assessori Giovanni Ivaldi, Irene Angela Molina e Roberta Cazzulo che, nella specificità dei propri ruoli, ne hanno condiviso la finalità.

Dalla piantumazione di un alberello, “primo seme messo a dimora con affetto”, il passo è stato breve. L’attenzione si è presto trasformata in sentimento e il ricordo della Preside Paravidino Ponzano ABBIAMO PIANTATA GIULIANA ha coinvolto tutti, facendo nascere il desiderio di declinare in modo ancora più tangibile l’impegno dell’Associazione.

Info: ipiufragilitraipiudeboli@gmail.com

 

Mariavittoria Delpiano

SARÀ UNA BUONA PASQUA?

La Domenica delle Palme ci ha introdotti nella Settimana Santa con la lettura della Passione e morte di Cristo Signore. Papa Leone ha presieduto la Messa in San Pietro e nella sua omelia non è mancato il richiamo alle guerre che insanguinano il mondo.

“Guardando a Lui – ha detto - che è stato crocifisso per noi, vediamo i crocifissi dell’umanità. Nelle sue piaghe vediamo le ferite di tante donne e uomini di oggi. Nel suo ultimo grido rivolto al Padre sentiamo il pianto di chi è abbattuto, di chi è senza speranza, di chi è malato, di chi è solo. E soprattutto sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della guerra”.

La mente corre immediatamente alle immagini delle devastazioni prodotte dall’esercito israeliano a Gaza, agli oltre 70.000 palestinesi uccisi da Netanyahu e dai suoi scherani con le armi fornite dagli americani e anche dall’Italia (“cancellando” dalla memoria collettiva l’azione omicida dei terroristi di Hamas del 7 ottobre), al blocco degli aiuti umanitari dell’Onu nel tentativo di affamare uomini, donne e bambini innocenti, alle immagini di esodo biblico di un popolo ridotto alla disperazione in una indifferenza disumana dell’opinione pubblica mondiale e nell’evidente impotenza di un’Unione Europea priva di leader capaci di opporsi alle politiche violente degli Stati Uniti di Trump. Altro che Nobel per la Pace!

Senza dimenticare i morti e le devastazioni di quattro anni di guerra fra Russia e Ucraina e, da quattro settimane, le azioni di guerra di americani e israeliani contro l’Iran, con le nefaste conseguenze sull’economia mondiale e il rischio di una recessione globale.

La vigilia delle Palme, nello stadio Louis II del Principato di Monaco, nell’omelia della Messa, Papa Leone ha detto, fra l’altro, che le guerre che insanguinano il nostro presente “sono frutto dell’idolatria del potere e del denaro. Ogni vita spezzata è una ferita al corpo di Cristo. Non abituiamoci al fragore delle armi, alle immagini di guerra! La pace non è mero equilibrio di forze, è opera di cuori purificati, di chi vede nell’altro un fratello da custodire, non un nemico da abbattere”.

Le televisioni di tutto il mondo hanno anche trasmesso i “momenti di preghiera” (il virgolettato è d’obbligo) nello studio ovale della Casa Bianca con Trump attorniato da una schiera di pastori evangelici per invocare benedizioni, saggezza e protezione divina per il presidente e le forze armate statunitensi in un momento di tensioni internazionali. Ma per buona pace di tutti “Gesù è Re della Pace”, come ha ricordato domenica scorsa Papa Leone: “un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue (Isaia1,15)’”.

Sarà una Buona Pasqua?

Non è facile rispondere perché stiamo illudendoci di una molteplicità di strumenti capaci di risolvere tutti i problemi, dai più semplici ai più complicati. Internet, intelligenza artificiale, attesa per la scoperta di farmaci in grado di guarire ogni malattia, miglioramenti di vita senza doverci impegnare come hanno fatto le generazioni che ci hanno preceduti, lasciandoci illudere da imbonitori di piazza che pensano soltanto al loro tornaconto personale e ai loro egoismi. Forse, rileggere Pinocchio e riflettere sul gatto e la volpe e dar ascolto al grillo parlante potrebbe aiutarci a toglierci dal disincanto.

Di fronte agli avvenimenti, vicini e lontani, dei nostri giorni il rischio di abbattersi o di lasciarsi trasportare dall’indifferenza, il considerare la realtà troppo grande per le proprie capacità di giudizio e di azione, si agevola soltanto l’estendersi dell’egoismo che produce la sopraffazione del più debole. Probabilmente don Angelo, con il suo impegno verso chi aveva più necessità, verso coloro che Papa Francesco avrebbe collocato nella categoria degli “scarti”, verso gli abbandonati, verso chi non ha più speranze, ci chiederebbe di volare con loro con quell’“ala di riserva” che permette di togliere il nostro prossimo dal “vestibolo malinconico della vita, dove si “tira a campare”, dove si vegeta solo” (don Tonino Bello, “Dammi Signore, un’ala di riserva!”).

Allora sarà una Buona Pasqua!

 Marco Caramagna

REPORT e AMIANTO

Signor Schmidheiny: sono stupida stupida stupida.

E adesso anche arrabbiata

Domenica 4 gennaio, su Rai3, al programma d’inchiesta «Report», condotto da Sigfrido Ranucci, è andato in onda un ampio servizio dedicato a Casale Monferrato. Alla prima parte, dal titolo «L’amianto uccide ancora» e incentrata sulle bonifiche, hanno lavorato Luca Chianca con la collaborazione di Alessia Marzi. Nella seconda parte, intitolata «I banditi di Hurden», il giornalista Sacha Biazzo, con la collaborazione di Cristiana Mastronicola e Luigi Scarano, ha ricostruito, sulla base di email riservate, i contatti intercorsi, oltre una decina di anni fa e con il tramite di alcune persone, tra Stephan Schmidheiny ed ex esponenti del Mossad.

Da oltre quarant’anni ormai, seguo le vicende riguardanti l’Eternit e, soprattutto, i processi in cui è coinvolto l’imprenditore svizzero, a capo dell’Eternit tra il 1976 e il 1986. Ho scritto moltissimi articoli e reportage. In alcune occasioni, mi ero rivolta al Signor Schmidheiny direttamente, anche con lettere aperte.

Con un preciso scopo: sollecitarlo a finanziare direttamente la ricerca di una cura per guarire dal mesotelioma.

La tragedia dell’amianto mi ha colpita anche molto da vicino e, tuttavia, non ho voluto costituirmi parte civile nel processo Eternit Bis (ora in attesa della Cassazione) proprio per mantenere la mano tesa verso Schmidheiny.

Ha avuto modo, Stephan Schmidheiny, di conoscere i contenuti di quelle mie lettere aperte? Io credo di sì. A dispetto della sua entità apparentemente astratta, ha dimostrato, invece, di essere molto attento, presente e principale decisore di tutto ciò che lo riguarda.

Ora, indignata come non mai, torno a rivolgermi a lui direttamente.

 

Lettera aperta a Stephan Schmidheiny

Herr Schmidheiny, adesso sono proprio arrabbiata.

La sorprenderà, forse, che questa affermazione venga da me; da me: la voce della mediazione, la voce con la mano tesa, la voce della speranza, la voce della fiducia nel suo ravvedimento e nel suo convincimento a investire nella ricerca di una cura per il mesotelioma, la voce incrinata da dolore e amarezza, ma mai di rabbia.

Adesso, però…

SONO ARRABBIATA...

 

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BUON NATALE!

Anche quest’anno arriva Natale con il suo carico di luminarie, di addobbi, di corse frenetiche verso gli acquisti, di cori agli angoli delle strade che cantano melodie dolci, di prenotazioni nei negozi di cibi particolari per il pranzo o il cenone della vigilia. Tutto bello, tutto lecito, tutto piacevole e affascinante con una vena di romanticismo (che non guasta). Sono contenuti di un’ “agenda” che non dettiamo noi individualmente, bensì ne veniamo trascinati da convenzioni decennali quasi in automatico. Nessun biasimo, ci mancherebbe. Basti pensare alla gioia dei bambini che ricevono i regali di Babbo Natale e alla loro felicità nel vedersi esauditi nei loro desideri.

Purtroppo, da qualche tempo, il Natale ha altre facce: quella della povertà, quella della guerra. Il tentativo di esorcizzare realtà che ci sembrano lontane, ma così non è, diventa un esercizio quasi liberatorio perché “intanto non possiamo farci nulla”. E insieme alla considerazione che “si tratta di problemi più grandi di noi” scostiamo le immagini che il televisore lascia parcamente scorrere nei telegiornali. Conflitti come quello ucraino o stragi come quella di Gaza ci costringono a misurarci con la nostra impotenza di singoli cittadini senza possibilità di far sentire le nostre sofferenze, la nostra indignazione e, perché no, un senso di ribellione verso morti innocenti il cui unico torto è quello di essere nati e cresciuti in quei territori.

Il Natale è la festa della gioia perché la nascita di un bambino procura questo sentimento in chi lo guarda, sia esso credente o no. E il Bambino che viene al mondo in una povertà assoluta chiede di essere testimoni di pace e non di guerra, di essere portatori di solidarietà e non rapaci accaparratori di ricchezze altrui, di essere costruttori di ponti e non di distruggere il creato.

“La storia sta dando segni di un ritorno all’indietro” sottolinea Papa Francesco nell’enciclica “Fratelli tutti” proponendo di “porre attenzione ad alcune tendenze del mondo attuale che ostacolano lo sviluppo della fraternità universale”. E “si avverte la penetrazione culturale di una sorta di ‘decostruzionismo’, per cui la libertà umana pretende di costruire tutto a partire da zero. Restano in piedi unicamente il bisogno di consumare senza limiti e l’accentuarsi di molte forme di individualismo senza contenuti”.

Il Natale, allora, diventa la festa da cui ripartire per cercare di intravvedere strade nuove su cui camminare “disarmati e disarmanti” per negare i consensi al riarmo degli Stati e all’incitamento all’odio dei popoli, per capire che “nessun uomo è un’isola” ma appartiene ad una o più comunità di altre persone che hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri, la stessa aspirazione a migliorare la propria vita e l’anelito di una pace vera fondata sulla giustizia.

 

Marco Caramagna

RIFORMA DEL REATO DI VIOLENZA SESSUALE

ex art 609bis c.p.

Stiamo assistendo, in questi giorni, a un altro “dibattito” cioè quello relativo alla proposta di legge in tema di “Modifica dell’art 609bis c.p. in materia di violenza sessuale e di libera manifestazione del consenso”.

Il DDL, approvato dalla Camera dei deputati (e attualmente in discussione al Senato), consta in un unico articolo che riscrive l’art 609bis c.p. (pur mantenendo inalterati alcuni aspetti).

Secondo il nuovo testo “Chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima è punito con la reclusione da 6 a 12 anni. Alla stessa pena soggiace chi costringe taluno a compiere o a subire atti sessuali con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità ovvero chi induce taluno a compiere o a subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica o di particolare vulnerabilità della persona offesa al momento del fatto o traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi”.

Occorre premettere che gli artt 609bis e ss c.p. sono oggi collocati nel Titolo XII (Delitti contro la persona) e, in particolare, nel Capo III (Delitti contro la libertà individuale), all’interno della Sezione II (Delitti contro la libertà personale). La legge 66/1996, introducendo gli artt 609 bis ss c.p., ha modificato la disciplina previgente in tema di violenza sessuale di cui agli abrogati artt 519 cc c.p (collocati nel titolo del codice dedicato ai delitti contro la moralità pubblica e il buon costume). Attraverso questa riforma è stata valorizzata la nuova collocazione sistematica dei reati sessuali: la violenza sessuale è delitto contro la persona (e non più contro la moralità pubblica e il buon costume).

Esame della nuova fattispecie

Il nuovo testo individua nel consenso l’elemento centrale della fattispecie: qualunque atto sessuale che sia posto in essere senza che vi sia il consenso libero e attuale della vittima integra il delitto di cui all’art 609bis.

Si tratta di un’impostazione già adottata in altri Paesi e conforme alla Convenzione di Istambul (ratificata dall’Italia nel 2013).

Del resto, anche la giurisprudenza di legittimità ha accolto una nozione di violenza sessuale basata sull’assenza del consenso della vittima. La Cassazione afferma, infatti, che “…principi espressi da questa Corte che, con indirizzo costante ed uniforme, ha affermato che integra l'elemento oggettivo del reato di violenza sessuale non soltanto la condotta invasiva della sfera della libertà ed integrità sessuale altrui realizzata in presenza di una manifestazione di dissenso della vittima, ma anche quella posta in essere in assenza del consenso, non espresso neppure in forma tacita, della persona offesa, come nel caso in cui la stessa non abbia consapevolezza della materialità degli atti compiuti sulla sua persona (tra le tante, Sez. 3, n. 22127 del 23/06/2016, dep. 2017, S, Rv. 270500-01; in termini conformi anche Sez. 3, n. 2400 del 05/10/2017, dep. 2018, S. Rv. 272074-01); che il dissenso della vittima costituisce un requisito implicito della fattispecie …e che la stessa esimente putativa del consenso dell'avente diritto non è configurabile nel delitto di violenza sessuale, in quanto la mancanza del consenso costituisce requisito esplicito della fattispecie e l'errore sul dissenso si sostanzia, pertanto, in un errore inescusabile sulla legge penale (Sez. 3, n. 2400 del 05/10/2017, dep 2018, S., Rv. 272074-01)” (Cass. pen. sez III, n. 42821/2024; in termini analoghi, si collocano anche Cass, sez. III, n. 4199/2024; Cass., sez. III, n. 19611/2021; Cass., sez. III, n. 22127/2017; Cass., sez. III, n. 20780/2019)

Il consenso deve essere libero e attuale: non deve, dunque, essere un consenso coartato e deve persistere per tutta la durata del rapporto.

Il comma 1 della nuova previsione contempla tre diverse modalità della condotta che, se poste in essere senza il consenso libero e attuale della vittima, integrano la fattispecie:

- Il compiere atti sessuali su un’altra persona

- Il far compiere atti sessuali ad un’altra persona

- Il far subire atti sessuali ad un’altra persona

La cornice edittale è mantenuta (come nel sistema attualmente ancora vigente), tra un minimo di 6 anni e un massimo di 12 anni di reclusione (la pena era stata innalzata dalla legge n. 69/2019, cd “Codice Rosso”).

Il secondo comma della nuova norma ripropone, con lievi modifiche, le due fattispecie che attualmente integrano il delitto di violenza sessuale e, cioè,

- la violenza sessuale per costrizione, che si verifica quando il soggetto agente costringa taluno a compiere o subire atti sessuali con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità;

- la violenza sessuale per induzione, che si verifica mediante l’abuso delle condizioni di inferiorità fisica o psichica o di particolare vulnerabilità della persona offesa al momento del fatto (altra novità della proposta di riforma è l’introduzione della previsione della condizione di “vulnerabilità”, al fine di ricomprendervi quelle condizioni soggettive, individuali, familiari e di contesto che possono rendere la vittima più vulnerabile alle richieste sessuali, con pregiudizio del consenso) o traendo in inganno la persona offesa, essendosi il soggetto agente sostituito ad altra persona.

Queste ipotesi di violenza sessuale (che comunque presuppongono l’assenza del consenso dell’altra persona), soggiacciono alla stessa pena prevista al comma 1.

Il terzo comma, poi, prevede una circostanza attenuante ad effetto speciale (già prevista dalla normativa previgente) che comporta una riduzione della pena in misura non eccedente i due terzi per “i casi di minore gravità”.

Conclusioni

Questo intervento normativo si aggiunge a una serie di altri interventi (che, ormai, si susseguono da anni) volti a tutelare le vittime di violenze sessuali.

Il fulcro della proposta di legge consiste nell’introduzione della nozione di consenso libero e attuale (in linea con la Convenzione di Istambul e con i principi espressi da anni dalla Corte di legittimità), con la conseguenza che qualunque atto sessuale posto in essere senza il consenso libero e attuale dell’altra persona integra il delitto. Questo intervento risponde anche a un principio di necessaria tassatività (della legge penale).

Come sempre, però, non si potrà valutare la bontà della riforma se non dopo un certo periodo di applicazione della stessa.

 

Avv. Maria Monti

LA RIFORMA SUL FEMMINICIDIO

La Camera dei Deputati, in occasione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, ha approvato definitivamente la proposta di legge avente ad oggetto l’introduzione del reato di “femminicidio” (oltre ad una serie di altre rilevanti novità).

Con la Riforma è stato introdotto il nuovo art. 577bis c.p. che prevede:

“Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali è punito con la pena dell’ergastolo. Fuori dei casi di cui al primo periodo si applica l’articolo 575.

Si applicano le circostanze aggravanti di cui agli articoli 576 e 577.

Quando ricorre una sola circostanza attenuante ovvero quando una circostanza attenuante concorre con taluna delle circostanze aggravanti di cui al secondo comma, e la prima è ritenuta prevalente, la pena non può essere inferiore ad anni ventiquattro.

Quando ricorrono più circostanze attenuanti, ovvero quando più circostanze attenuanti concorrono con taluna delle circostanze aggravanti di cui al secondo comma, e le prime sono ritenute prevalenti, la pena non può essere inferiore ad anni quindici”. La Riforma introduce una fattispecie autonoma e speciale di omicidio caratterizzata dalle qualità della persona offesa.

In particolare, ai sensi del nuovo art 577bis, comma 1, primo periodo c.p. è prevista la pena dell’ergastolo per le condotte preordinate a cagionare la morte di una donna, come atto di discriminazione, odio, prevaricazione o come atti di controllo o possesso o dominio verso la persona offesa in quanto donna, ovvero l’omicidio commesso in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali.

Fuori dai casi di cui al primo periodo, è prevista l’applicazione dell’art 575 c.p. (altra fattispecie di reato che disciplina il delitto di omicidio).

Si tratta di un altro intervento normativo che mira a contrastare la violenza sulle donne.

L’evoluzione normativa italiana in materia di violenza sulle donne prende le mosse dalla ratifica della Convenzione di Istambul nel 2013. A seguito della ratifica, l’Italia ha compiuto una serie di interventi normativi per combattere il “fenomeno” della violenza contro le donne.

In questo senso, merita di essere menzionato il Codice Rosso (L. 69/2019) che ha introdotto alcune nuove fattispecie di reato (v. il delitto di deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, ex art 583quinquies c.p.) e ha aumentato le pene previste per i reati che più frequentemente sono commessi contro le vittime di genere femminile (maltrattamenti, atti persecutori e violenza sessuale).

Le intenzioni del Legislatore sono le migliori e lodevole è il continuo lavoro.

Si spera però che, accanto ad un sistema normativo sempre più ampio e determinato a debellare il fenomeno della violenza sulle donne, si verifichi anche un mutamento di mentalità. Per lo scrivente, infatti, se non muta la mentalità delle persone, nessuna norma riuscirà mai ad essere davvero efficace.

 

Avv. Maria Monti

SE NON È GENOCIDIO, COS’È?

SE NON È PULIZIA ETNICA, COS’È?

“La strage infinita dei bambini. Ne sono morti quasi 20 mila, un milione rischia fame e malattie” (Corriere della sera 18 maggio 2025).

“Gaza, la strage dei fratellini, nove figli di Alaa uccisi dal raid”. Pediatra all’ospedale Nasser, colpita la sua casa durante i cento attacchi dell’Idf , l’esercito israeliano. Lei era al lavoro, ha dovuto riconoscere i corpi. Salvi solo il marito e uno dei dieci bambini. (La Repubblica 25 maggio 2025).

“Gaza, chiusi i centri umanitari, l’Idf: ‘Sono in zona militare’. La Croce Rossa: è l’inferno in terra” (La Stampa 5 giugno 2025).

“Goher Rahbour. “In corsia a Khan Younis i pazienti ti chiedono solo di lasciarli morire”. Il chirurgo all’ospedale Nasser: “Operiamo senza anestetici e medicine. Decine di feriti mi hanno confermato che Israele spara ai centri del cibo”. (La Stampa 22 giugno 2025).

“A Gaza 66 bambini uccisi dalla fame dopo la stretta sugli aiuti” (La Repubblica 30 giugno 2025).

“Il Papa: “Far morire di fame la gente alimenta le guerre e le ingiustizie” (Avvenire 1 luglio 2025).

Rachel Cummings, dirigente di Save the Children nella Striscia di Gaza: “La condizione dei bambini è drammatica, molti esprimono il desiderio di morire” (La Repubblica 20 luglio 2025).

Gaza, altri 80 morti. La distribuzione del pane è una strage senza fine”. L’esercito israeliano spara sulla folla attorno ai camion di aiuti che avevano varcato il confine: ”Rappresentava una minaccia” (La Repubblica 21 luglio 2025).

“Oltre 100 Ong contro Israele: ‘A Gaza una carestia di massa’” (Corriere della sera 24 luglio 2025).

“Vi racconto l’odissea dei bambini malati di cancro in mezzo alla guerra”. Damiano Rizzi, psico oncologo presidente di Soleterre: anche in Cisgiordania i farmaci chemioterapici si stanno esaurendo” (La Stampa 25 luglio 2025).

“La tregua per gli aiuti non ferma la strage. 90 morti nei raid a Gaza” (La Repubblica 28 luglio 2025).

“A Gaza nessun errore ma ostinazione a uccidere. La denuncia di Mattarella” (Corriere della sera 31 luglio 2025).

David Grossman, il più importante scrittore israeliano vivente: “È  genocidio, mi si spezza il cuore ma adesso devo dirlo”. (La Repubblica 1 agosto 2025).

“L’Unicef: ‘Allarme bambini, in due anni 18 mila morti”. Il rapporto dell’agenzia Onu per l’infanzia: ogni giorno eliminata una classe. 320 mila sono a rischio di malnutrizione acuta. (La Repubblica 3 agosto 2025).

“I nomi dei bambini a Monte Sole (Marzabotto). Zuppi: dov’è Abele, tuo fratello? Dai fratellini israeliani Bibas agli oltre 12mila bimbi palestinesi uccisi dalla guerra, ci sono volute 424 pagine e diverse ore di lettura per fare memoria delle vittime innocenti. ‘Non c’è classifica nel dolore’” ( Avvenire 15 agosto 2025).

“L’Onu: tragico ‘record’ a Gaza degli operatori umanitari uccisi. Nel 2024 nella Striscia sono morti 181 soccorritori”. (Avvenire 20 agosto 2025).

 “Gaza. L’agonia di Mahmoud di cinque anni. Nella Striscia 1320 bambini di età inferiore ai sei mesi sono a rischio di morte imminente per malnutrizione” (La Stampa 21 agosto 2025).

“L’ansia di padre Romanelli: ‘Cadono bombe ovunque ma andarsene è impossibile’” (La Repubblica 22 agosto 2025).

“La linea dura di Netanyahu: ‘Non resterà nulla di Hamas’” (La Stampa 22 agosto 2025).

“Don Nandino Capovilla di Pax Christi espulso da Israele e rimpatriato (Famiglia Cristiana 26 agosto).

“Due colpi sull’ospedale di Gaza: la strage e le scuse di Israele. Un primo raid sul Nasser di KhanYounis, poi il secondo mentre arrivavano i soccorsi. Tra i venti morti, 5 giornalisti. Netanyahu: ‘Tragico incidente, rispetto il lavoro della stampa’”. (Corriere della sera 26 agosto 2025).

“I cronisti della fame e la fotografa Mariam che scrisse al figlio: studia, non piangere. Dall’inizio della guerra i reporter uccisi sono oltre 200” (Corriere della sera 26 agosto 2025).

“Pellegrin: ci accecano perché non vogliono che il mondo sappia. Parla il grande fotografo più volte inviato in Medio Oriente. A Gaza siamo solo bersagli, è una precisa strategia di guerra” (La Repubblica 26 agosto 2025).

Sono 23 titoli di giornali scelti fra le centinaia che da tre anni ci accompagnano quotidianamente in un inferno provocato dal terrorismo di Hamas e proseguito ampiamente dalla ferocia del governo israeliano guidato da Netanyahu. Le cronache quotidiane della carta stampata sono le uniche che aiutano a capire il dramma umano che si sta consumando in Medio Oriente e del quale non si vede la fine. Le cronache dei telegiornali aiutano a vedere la devastazione di Gaza, ormai cimitero a cielo aperto, con i suoi abitanti che scappano o vagano fra le macerie o si avvicinano ai centri di distribuzione del cibo, a rischio di morte perché obiettivi dei mitra dei soldati israeliani.

Alle parole di condanna di Israele da parte delle Cancellerie europee non si manifestano atti concreti per condizionare una guerra che, da molte parti, è stata definita come genocidio e pulizia etnica.

Allegata troverete la lettera di Domenico Battaglia, cardinale di Napoli, che vale la pena di leggere e meditare.

 

Marco Caramagna

NON BASTA PIÙ DIRE “BASTA”

ALLO STERMINIO DEL POPOLO PALESTINESE

“La foto risalta sulla copertina del quotidiano inglese ‘Daily Express’ del 23 luglio: un bambino scheletrico, fra le braccia della madre, con un sacco nero della spazzatura come pannolino. La sua bocca è aperta quasi a gridare aiuto. E’ un bambino di Gaza e sta chiaramente morendo di fame. Che dire davanti a questa foto e alle altre che appaiono nelle pagine interne, altrettanto terribili? Anche l’indignazione sembra impotente di fronte a immagini così angosciose, il dolore che proviamo lascia il tempo che trova. Mentre ci indigniamo e ci addoloriamo, quel bambino e tanti altri come lui muoiono. Sono immagini che ricordano il Biafra della fine degli Anni Sessanta e – mi azzardo a dirlo anche se ho fin qui rifiutato di fare paragoni con la Shoah – le immagini dei deportati ebrei nei campi. Sono le immagini della fame che porta alla morte”.

È l’inizio dell’articolo di Anna Foa – con un bisnonno rabbino capo di Torino e figlia di Vittorio, uno dei padri della Repubblica – autrice di numerosi studi sugli ebrei in Italia, pubblicato sulle pagine de “La Stampa” di giovedi 24 luglio.

È un atto di accusa esplicito nei confronti di Nethaniau, del suo governo, del suo esercito, degli israeliani tacitamente o esplicitamente consenzienti, dei capi di governo silenti o “prudenti” per calcoli politici ed elettorali, di tutti coloro che pur sapendo tacciono o si voltano dall’altra parte. Richiamare il paragone con la Shoah e le immagini dei campi di sterminio nazisti è un atto di coraggio mai sentito in questi ultimi tempi se non attraverso la domanda di Papa Francesco “Si può pensare al genocidio?” o all’affermazione del segretario generale dell’ONU, Gutierrez “Sta avvenendo un genocidio”.

E per evitare l’ennesima,  vergognosa e meschina mistificazione da parte del governo israeliano, Anna Foa cita l’autore dell’articolo, Giles Sheldrick, e il nome del bambino, Muhammad Zakarya Ayyoub al-Matouq, che vive in una tenda della Striscia di Gaza e, a un anno di vita, pesa 6 chili.

900.000 i bambini di Gaza esposti alle conseguenze della fame, 70.000 già in uno stato gravissimo di denutrizione, oltre 1.000 palestinesi sono stati uccisi mentre andavano a prendere aiuti umanitari, oltre 50.000 palestinesi morti sotto i bombardamenti dell’esercito israeliano. Sono dati agghiaccianti che oscurano il massacro di Hamas del 7 ottobre.

Quanto continuerà l’ipocrisia del mondo nel proseguire tiepidamente a condannare Nethaniau e la sua follia di sterminio dei palestinesi? Quanto dureranno le forniture di armi da parte dei Governi all’esercito israeliano per alimentare una storia di morte?

Marco Caramagna

IL SILENZIO COMPLICE DELLO STERMINIO

“Credo che oggi sia necessario e importante manifestare nelle piazze perché Israele fermi la distruzione di Gaza e il massacro dei suoi abitanti, perché tutti gli ostaggi siano liberati e si avviino delle serie trattative di pace che portino, in un modo o nell’altro, alla nascita di uno Stato palestinese. Sappiamo bene che questa prospettiva ha due nemici: in primo luogo il governo razzista e fanatico di Netanyahu, pronto a fare un numero infinito di morti tra i palestinesi per evitare di porre fine alla guerra, di affrontare le sue responsabilità e di accettare la nascita dello Stato palestinese. In secondo luogo, inversamente e specularmente, Hamas, ugualmente contraria alla nascita di uno Stato palestinese e in lotta per la creazione di una Palestina dal fiume al mare, priva di ebrei. Oggi, di questi due oppositori della pace, chi tiene il coltello dalla parte del manico, chi uccide senza posa civili, chi affama  vecchi e bambini, è Israele. Per questo è sul suo governo che bisogna soprattutto fare pressione, con tutti gli strumenti possibili. Israele è infatti sempre più isolata, e per quanto il suo isolamento ci riempia nonostante tutto di sgomento, sappiamo che è solo dal rifiuto generale della sua politica e dall’opposizione al suo disprezzo per tutte le norme del diritto internazionale che potrà venire la salvezza. Per Gaza e per la stessa Israele”.

È solo l’inizio dell’editoriale che Anna Foa – autrice di numerosi studi di storia culturale della prima età moderna e degli ebrei in Italia e in Europa – ha scritto su “Avvenire”, il quotidiano di ispirazione cattolica che fa capo alla Conferenza Episcopale Italiana, il 28 maggio.

Con Edith Bruck, scrittrice ebrea novantaquattrenne sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti, Anna Foa è una delle più autorevoli e coraggiose donne di fede ebraica che hanno sempre osteggiato e condannato lo sterminio del popolo palestinese da parte del governo di Netanyahu e, ovviamente, della condanna di Hamas e del suo terrorismo.

I bombardamenti della popolazione civile di Gaza, degli ospedali e delle scuole - con la “scusa” israeliana  che in quei luoghi si nascondono i terroristi di Hamas - il blocco degli aiuti umanitari per la popolazione di Gaza, alla data del 21 maggio, dopo 600 giorni dalla strage del 7 ottobre, avevano prodotto questi dati: 53.655 vittime palestinesi, 121.950 feriti, 1.200 ostaggi catturati da Hamas di cui 251 corpi consegnati ai famigliari, 1.400 operatori sanitari uccisi, 437 operatori umanitari uccisi, 219 giornalisti e operatori dei media uccisi. Per quanto riguarda le infrastrutture: l’81 per cento delle strade è distrutto o danneggiato; il 92 per cento delle case sono distrutte o danneggiate, l’88,8 per cento delle scuole ha bisogno di una ricostruzione o di un’importante riabilitazione, il 55 per cento degli ospedali è parzialmente funzionante.

Il 90 per cento della popolazione, dei 2,1 milioni di palestinesi, ha dovuto abbandonare la propria abitazione. Se a questi dati sovrapponiamo le immagini dei telegiornali riusciamo a comprendere la distruzione che il governo Netanyahu ha compiuto e sta compiendo. Forse in funzione di quella “riviera del Medio Oriente” che il video, realizzato con l’Intelligenza Artificiale, propone con una lunga spiaggia affiancata da grattacieli e locali di divertimento, Trump e Netanyahu che prendono il sole ai bordi di una piscina, Elon Musk che mangia hummus sulla spiaggia e banconote che piovono dal cielo. Senza, ovviamente, palestinesi fra i piedi. Quando, il 26 febbraio scorso, venne postato il video furono in molti a scandalizzarsi. Poi, “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato…”. D’altronde, la quotidianità con i suoi problemi immediati ci sovrasta impedendoci, a volte, di trasformare la ribellione che proviamo in atti concreti di testimonianza. Per chi crede il “discorso della montagna” è chiarissimo: avevo fame e sete e non mi avete dato da mangiare e da bere, ero nudo e non mi avete vestito, ero malato o carcerato e non mi avete visitato, ero straniero e non mi avete accolto.

Quando non l’abbiamo fatto? Ognuno ha la propria risposta. Soprattutto chi detiene un potere capace di condizionare le politiche criminali di governanti senza scrupoli ma che, purtroppo, tace rendendosi complice di uno sterminio.

Marco Caramagna

LEONE DOPO FRANCESCO

NELLO SPIRITO DELLA SOLIDARIETÀ

Dalla lettura dei discorsi ufficiali dei primi dieci giorni di pontificato di Papa Leone XIV emergono alcune indicazioni su quanto svilupperà nel corso del suo ministero che è stato chiamato a svolgere come successore di Pietro.

“Un pastore – come ha detto domenica 18 maggio nell’omelia della messa di inizio pontificato – capace di custodire il ricco patrimonio della fede cristiana e, al contempo, di gettare lo sguardo lontano, per andare incontro alle domande, alle inquietudini e alle sfide di oggi”.

E se, come afferma sant’Agostino, “la Chiesa consta di tutti coloro che sono in concordia con i fratelli e che amano il prossimo” il desiderio del Papa è quello di “una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato”, anche “con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace”.

Sulla preservazione dell’unità della Chiesa e l’azione ecumenica con le altre chiese cristiane - cammino, peraltro, già segnato da Papa Francesco con gesti significativi - Leone XIV non ha tralasciato di rispondere alle domande, alle inquietudini e alle sfide di oggi pronunciando tre “parole-chiave” nel discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede: pace, giustizia, verità.

La pace – ha detto - “è un dono attivo, coinvolgente, che interessa e impegna ciascuno di noi, indipendentemente dalla provenienza culturale e dall’appartenenza religiosa, e che esige anzitutto un lavoro su se stessi. La pace si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi”. E a proposito di quest’ultime ha richiamato la necessità di smettere la produzione delle armi, strumenti di distruzione e di morte, come ha ricordato Papa Francesco il giorno di Pasqua.

Ma la pace nasce dalla pratica della giustizia. “Nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo – ha detto Papa Leone – la Santa Sede non può esimersi dal far sentire la propria voce dinanzi ai numerosi squilibri e alle ingiustizie che conducono, tra l’altro, a condizioni indegne di lavoro e a società sempre più frammentate e conflittuali”. C’è la necessità di “porre rimedio alle disparità globali, che vedono opulenza e indigenza tracciare solchi profondi tra continenti, Paesi e anche all’interno di singole società”. Così come va “tutelata la dignità di ogni persona, specialmente quelle più fragili e indifese, dal nascituro all’anziano, dal malato al disoccupato, sia esso cittadino o immigrato”. E qui, Papa Leone ha detto: “La mia stessa storia è quella di un cittadino, discendente di immigrati, a sua volta emigrato. Ciascuno di noi, nel corso della vita, si può trovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio”.

Senza verità, invece, “non si possono costruire relazioni veramente pacifiche, anche in seno alla Comunità internazionale. Laddove le parole assumono connotati ambigui e ambivalenti e il mondo virtuale, con la sua mutata percezione del reale, prende il sopravvento senza controllo, è arduo costruire rapporti autentici, poiché vengono meno le premesse oggettive e reali della comunicazione”. La verità, mai disgiunta dalla carità “ha sempre alla sua radice la preoccupazione per la vita e il bene di ogni uomo e donna” e ci consente “di affrontare con miglior vigore le sfide del nostro tempo, come le migrazioni, l’uso etico dell’intelligenza artificiale e la salvaguardia della nostra amata Terra. Sono sfide che richiedono l’impegno e la collaborazione di tutti, poiché nessuno può pensare di affrontarle da solo”.

Molti i riferimenti a Papa Francesco e uno, in particolare , va ricordato nel discorso ai membri della Fondazione “Centesimus annus pro pontifice”: “Papa Francesco – ha detto Leone XIV – ha usato il termine ‘policrisi’ per evocare la drammaticità della congiuntura storica che stiamo vivendo, in cui convergono guerre, cambiamenti climatici, crescenti disuguaglianze, migrazioni forzate e contrastate, povertà stigmatizzata, innovazioni tecnologiche dirompenti, precarietà del lavoro e dei diritti. Su questioni di tanto rilievo la Dottrina Sociale della Chiesa è chiamata a fornire chiavi interpretative che pongano in dialogo scienza e coscienza, dando così un contributo fondamentale alla conoscenza, alla speranza e alla pace”.

Il nome di Leone assunto da Robert Franciscus Prevost ci rimanda alla prima enciclica sociale della Chiesa, la “Rerum novarum” del 1891 – “aggiornata” dalla “Centesimus annus” di Papa Giovanni  Paolo II nel 1991 e la cui impalcatura fu redatta da monsignor Fernando Charrier, indimenticabile vescovo di Alessandria – che affrontò i radicali mutamenti avvenuti nel campo politico, economico e sociale, scientifico e tecnico del tempo. Oggi, di fronte a nuovi e radicali mutamenti tecnologici che influiscono sull’economia, la politica e la società nel suo complesso, di fronte alle difficoltà della politica, all’aggressività della finanza e al conseguente imbarbarimento delle relazioni sociali molti guardano al nuovo Vescovo di Roma che, forte della sua esperienza missionaria, delle sue stesse origini migratorie, della sua conoscenza delle varie realtà politiche e sociali acquisite come Padre Generale dell’Ordine dei frati Agostiniani, dai quali proviene, può dare un contributo per affrontare le sfide che attendono l’umanità, o che sono già in atto.

Le ragioni della speranza sono molteplici e in tanti attendono parole condivisibili per evitare un’ulteriore discesa nel precipizio in cui l’odio e l’egoismo stanno trascinando l’umanità.

Marco Caramagna

PAPA FRANCESCO UN FARO PER L’UMANITÀ

In questi giorni, giustamente, fiumi di parole hanno accompagnato il ritorno alla Casa del Padre di Papa Francesco, commentandone l’azione pastorale e di governo manifestata in dodici anni di pontificato.

Ognuno di noi porta con sé un’immagine, un ricordo, un atteggiamento specifico, uno sguardo, un sorriso, un velo di tristezza e di sofferenza che Papa Francesco ci ha abituati a cogliere perché non sapeva nascondere i suoi stati d’animo.

Venuto “dalla fine del mondo” è andato a cercare le pecore del suo ovile, insieme a quelle che ne erano uscite o non vi erano mai entrate, negli angoli più lontani e sperduti del pianeta, in comunità cattoliche di netta minoranza nelle loro realtà sociali e politiche.

Ha stupito il mondo – e non pochi cattolici ancorati a schemi e rituali radicati in una religiosità di facciata - annunciando una “Chiesa in uscita”, una “Chiesa come un ospedale da campo”, una “Chiesa missionaria”: tutti concetti ampiamenti descritti nel primo capitolo della “Evangelii gaudium”, che altro non è se non  “la gioia del Vangelo”.

Nella “Laudato si”, l’enciclica sulla cura della casa comune, Papa Francesco sottolinea che “questa sorella (la Terra, ndr) protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla”.

Guarda caso, lunedì 28 aprile “Il Sole 24 Ore” titolava in prima pagina un servizio sull’indice del clima: “Piogge, caldo e aria stagnante: eventi estremi in crescita”, con una “classifica con il miglior clima” delle province italiane dove Alessandria è al 104esimo posto, seguita da Asti, Terni e Caserta che chiudono la graduatoria.

Un Papa come Francesco ha rappresentato un faro per tutta l’umanità, in particolare per coloro che non esitò a definire “gli scarti”: poveri, reietti, abbandonati, respinti, vilipesi, quell’umanità che troviamo anche lungo le nostre strade con la tentazione di scostarla come una lebbra. E proprio gli ultimi – coloro che Francesco aveva accolto, quando non addirittura cercato, nelle stanze del Vaticano - lo hanno salutato con una rosa bianca all’ingresso nel suo sepolcro in Santa Maria Maggiore.

I “potenti” - fra i quali diversi commentatori hanno identificato degli “ipocriti” per i loro comportamenti contrari a Papa Francesco o che ne hanno vantato artatamente l’applicazione dei suoi consigli – hanno comunque reso omaggio ad un uomo che ha saputo parlare con la forza del Vangelo a tutti, senza distinzioni di nascita, di colore, di lingua, di religione, indicando nell’ascolto e  nell’accoglienza  le  strade obbligate per un’umanità che voglia evitare il proprio suicidio.

Papa Francesco, nella sua ultima Pasqua terrena, ha voluto incontrare ancora una volta il popolo che gli era stato affidato dal giorno della sua elezione a Vescovo di Roma. Ma poche ore prima, nonostante le condizioni fisiche, ha voluto salutare personalmente uno degli “scarti” della società ai quali per anni ha baciato i piedi durante la liturgia del Giovedì santo: i carcerati. E la memoria ci riporta all’opera di don Angelo e alle responsabilità che ci ha lasciato.

Nel pellegrinaggio continuo del “popolo di Francesco” non c’è una regia ma una spontaneità di cuore come il giorno dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme. Purtroppo, altre “regie” sono all’opera per cercare di cancellare quel vento nuovo che dentro la Chiesa ha cominciato a soffiare con l’elezione di Papa Giovanni ma nessuno, per ora, ha trovato la soluzione per dirottare lo Spirito Santo!

Marco Caramagna

Da Gaza a Trump

UN MONDO IMPAURITO E IMPOTENTE

CHE NON SA REAGIRE

A rischio le libertà

“Mi ha addolorato la ripresa di pesanti bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza, con tanti morti e feriti. Chiedo che tacciano subito le armi; e si abbia il coraggio di riprendere il dialogo, perché siano liberati tutti gli ostaggi e si arrivi a un cessate il fuoco definitivo. Nella Striscia la situazione umanitaria è di nuovo gravissima ed esige l’impegno urgente delle parti belligeranti e della comunità internazionale”. Sono parole di Papa Francesco all’Angelus di domenica 23 marzo, letto prima delle sue  dimissioni dal Policlinico Gemelli dopo 37 giorni di degenza che non gli avevano impedito di far giungere il suo pensiero nonostante sia andato in punto di morte due volte come ha raccontato il professor Sergio Alfieri in una interessante intervista di Fiorenza Sarzanini sul Corriere della sera del 25 marzo.

La replica dell’Ambasciata israeliana presso la Santa Sede non si è fatta attendere e in essa si afferma che l’operazione dei bombardamenti “è condotta in piena conformità con il diritto internazionale. Mentre Hamas colpisce deliberatamente i civili, Israele adotta misure straordinarie per ridurre al minimo i danni civili. Hamas ha ripetutamente violato il cessate il fuoco e lo ha utilizzato per ricostruire il suo arsenale militare. 59 ostaggi sono ancora trattenuti a Gaza in condizioni disumane” e “lo Stato di Israele ritiene che sia suo dovere morale riportarli a casa”.

“Speriamo. Speriamo che sia così- ha detto ai giornalisti il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin – perché noi siamo molto preoccupati per la violazione sistematica, ormai, del diritto internazionale”. E ancora: “Abbiamo parlato di recente con la Croce Rossa e anche loro sono molto, molto in difficoltà. Bombardamenti sui civili, uccisione di operatori umanitari… Sono tutte azioni che vanno esattamente contro il diritto umanitario. Questo è uno dei grandi limiti di questa stagione: non c’è più rispetto del diritto umanitario”.

Ad oggi, secondo dati ritenuti attendibili dalle Nazioni Unite, i morti civili a Gaza sono 50.026, comprensivi dei 130 bambini morti nell’ospedale durante l’ultima strage israeliana.

“A Gaza è una situazione drammatica, catastrofica, vergognosa, dobbiamo dirlo, dove la dignità delle persone, di quei 2,3 milioni di persone, non è tenuta in minima considerazione. Non possiamo pensare che siano tutti collusi col terrorismo  e col crimine”: lo ha detto il cardinale Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, il 12 aprile scorso a TV2000.

Le immagini che i telegiornali fanno scorrere davanti ai nostri occhi sono cumuli di macerie prodotte dai bombardamenti israeliani o chilometri di umanità in cammino a cercare i resti della propria casa, nonostante il diabolico pensiero di realizzare una città del divertimento e della perversione per continuare ad illudere milioni di persone con la vita goduta fino alle estreme conseguenze, lasciando le responsabilità di governo a chi pretende di saper fare il bene della gente mentre, invece, si riempie le tasche con i soldi di chi crede agli imbonitori “politici”. Purtroppo il mondo è pieno di coppie come il Gatto e la Volpe della storia di Pinocchio ed è altrettanto ricco di “Pinocchi” pronti a lasciarsi trascinare in avventure senza futuro.

Certamente tutto è partito da quel 7 ottobre 2023 con l’attacco dei terroristi di Hamas che ha provocato circa 1200 morti e 251 persone rapite. Un’azione che non trova giustificazioni come tutte le azioni terroristiche. Per Israele è stata la miccia per dar fiato a tutto il suo potenziale di fuoco e di devastazione umano e materiale.

Il mondo si è trovato attonito e impotente e l’Europa ancor di più avendo già vicino l’invasione russa dell’Ucraina. Poi, sulla scena internazionale è comparso Trump…

Ma questa è un’altra storia che affronteremo a parte.

Da quell’Angelus del 23 marzo Nethanyau e il suo gabinetto di guerra ha proseguito la carneficina di civili innocenti – fra i quali molti bambini - uccidendo altre centinaia di persone negli ospedali, nelle scuole, nei luoghi della vita quotidiana adducendo la supposizione che vi erano nascosti terroristi di Hamas.

Siamo di fronte ad un mondo silenzioso, impaurito dalle “politiche” di Trump che rischiano di travolgerci in un lungo periodo di povertà economiche, di libertà vigilate o negate, di oscurantismo culturale. La Storia insegna che l’umanità è sempre riemersa dalle grandi tragedie ma è bene immaginare, ed operare, per non cadere in catastrofi volute dai “potenti” di turno che hanno giocato sulla “pancia” della gente a proprio esclusivo interesse. La democrazia sarà pur lenta e complessa nel suo agire ma perlomeno garantisce tutte le fasce della società nei loro diritti. È auspicabile non perderla.

 Marco Caramagna

LA SCATOLA DEI RICORDI

Valeria raramente sale le scale per salire in mansarda dove, proprio in fondo alla parete, è sistemata una vecchia cassapanca, e dentro alla cassapanca, un po' nascosta, vi è collocata una grande scatola di cartone tenuta chiusa da un semplice nastro azzurro.

Per Valeria aprirla vuol dire rivivere tutte le emozioni, belle e brutte, malinconiche e felici che hanno segnato il percorso della sua vita, .... quella scatola è la sua scatola dei ricordi, quelli più intimi, quelli che possono essere condivisi solo con chi si vuole bene.

Così, quando la apre le ricapitano fra le mani i quaderni delle elementari, le foto della prima comunione con mamma e papà, il rossetto rubato da bambina a sua madre, il foulard comprato durante il suo primo viaggio da adolescente a Parigi, il libro di poesie di Prevert, regalo del suo primo fidanzato, le chiavi di casa dell’alloggio affittato durante l’Erasmus a Barcellona, la sua tesi di laurea . Ed è quasi per caso che le ricapita in mano quel biglietto aereo acquistato qualche anno fa. E’ il ricordo del suo viaggio in Senegal, organizzato dalla parrocchia del suo quartiere a sostegno di un orfanotrofio del luogo con il quale Valeria era da tempo in contatto. Il tutto avvenne perché Valeria, nel tempo libero, aiutava il gruppo scout del suo quartiere nell’organizzare iniziative per raccogliere i fondi a sostegno di un missionario partito anni fa per il continente africano.

Una attività di volontariato che poco per volta la coinvolse sempre più al punto che un giorno prese la decisione che, una volta laureatasi, si sarebbe recata almeno per un anno in Senagal a sostegno dei volontari della missione.

E così avvenne. Ed è in quella occasione, in quella missione situata a pochi chilometri da Dakar, che conobbe Jamir, uno dei pochi ragazzi del posto già in possesso di un titolo di studio che aveva il compito di aiutare i missionari nell’attività scolastica rivolta ai più piccoli.

Fra Jamir e Valeria nacque spontaneamente da subito un interesse reciproco, poi complicità, confidenza e sopratutto condivisione di valori. Inevitabilmente si innamorarono. E’ lì che, fra le capanne e le pozzanghere della missione, decisero che avrebbero passato i resto dei loro giorni insieme. Insieme, in Italia, per farsi una famiglia ed avere dei figli.

Quell’anno passò in fretta e Valeria dovette, come programmato, far ritorno in Italia: fra l’altro a breve avrebbe assunto il suo primo impiego lavorativo come assistente universitaria. Non poteva rimandare e rimasero d’accordo che Jamir l’avrebbe raggiunta quanto prima. Sapevano delle difficoltà per realizzare il loro sogno, I soldi necessari per il viaggio di Jamir non rappresentavano certo un problema, a quelli avrebbe provveduto Valeria. Inoltre Jamir una volta giunto in Italia, anche se da clandestino, avrebbe potuto facilmente regolarizzare l successivamente a sua situazione.

Così, dopo pochi mesi dalla partenza di Valeria, anche Jamir decide di mettersi in viaggio.

- Pronto Valeria sono Jamir. Sono appena partito. Siamo tutti ammassati in un furgone che ci dovrà portare fino a Tripoli passando per il deserto, poi di li cercheremo una imbarcazione per raggiungere l’Italia. Al momento per fortuna la linea telefonica è coperta e il cellulare che mi hai lasciato funziona bene. Ma non posso utilizzarlo in continuazione. Ti richiamo o ti mando dei messaggi solo se ci sono novità. Ti amo

- Anch’io ti amo. Ti aspetto.

Poi da quel giorno più nulla.

Fino a quando, dopo quasi tre mesi di angoscioso silenzio Valeria riceve una telefonata da un numero sconosciuto.

- Pronto, mi chiamo Shumbai. Mi ha dato il suo numero di telefono,Jamir, sono un suo amico, abbiamo fatto una parte del viaggio insieme. Mi ha pregato, nel caso fossi riuscito a raggiungere l’Italia, che mi sarei messo in contatto con lei. Io adesso mi trovo a Milano.

Per Valeria è un tuffo al cuore. Ha finalmente sue notizie.

- Certo certo , vediamoci subito, ma da dove mi chiama ? Guardi mi dica dove e immediatamente la raggiungo. Dove? A Milano? Va bene, va bene (la commozione e le lacrime le bloccano la voce) Ma Jamir come sta? Dove si trova adesso?

A questa richiesta dall’altra parte del telefono cala il silenzio.

Quando finalmente il giorno dopo si ritrovano a tu per tu, Valeria avverte dallo sguardo di Shumbai una certa ritrosia, forse dettata anche dal pudore, nel confrontarsi con lei

Così è Valeria che prende l’iniziativa di petto:

- La prego mi da notizie notizie di Jamir, non mi faccia stare così in ansia.

- Per me non sarà facile raccontarle tutto quello che so anche se è giusto che lei sappia tutta la verità, ..... ma mi raccomando, sia forte.

Durante il viaggio, Jamir ed io siamo stati fermati dalla polizia libica mentre viaggiavamo ammassati su una furgone verso il porto. Ci hanno obbligato a scendere, hanno prelevato tutti i nostri sodi e i nostri cellulari. Ci hanno poi portato sotto la minaccia delle armi nella prigione di Mittiga, vicino a Tripoli, e lì, per noi, e per tutti, è iniziato l’inferno.

Appena entrati nel carcere libico i miliziani ci chiesero prepotentemente il numero di telefono dei nostri famigliari per fare arrivare i soldi, i molti soldi, per il nostro riscatto, in caso contrario ci avrebbero torturato fino alla morte. Poi ci portarono in un’altra stanza e ci fecero vedere un ammasso di cadaveri, uomini, donne e bambini completamente nudi ammucchiati uno sopra l’altro e lì ci minacciarono ancora dicendoci:” Vedete questi? Non hanno pagato, volete fare la loro fine?”. La scena ancor più raccapricciante fu quando ci accorgemmo con sgomento che molti di quei corpi senza vita mostravano vistose amputazioni. La notte la passammo insieme ad un centinaio di connazionali, in uno stanzone freddo e buio, legati mani e schiena, senza neanche la possibilità di alzarsi per andare in bagno. La puzza di escrementi era insopportabile, ma quello che rendeva il tutto ancor più insopportabile era sentire le urla disumane provenire dalle stanze a fianco. Ma il peggio doveva ancora venire. Nello stanzone, insieme a noi c’era un bambino che avrà avuto si e no sette anni. Aveva gli occhi graziosi e dei lineamenti vagamente femminili. Loro entrarono urlando e ridendo, presero il bambino e di fronte agli occhi della madre iniziarono a turno a violentarlo. Si fermarono solo quando si resero conto che non respirava più. Dopo di che ripresero a violentare la madre. Il giorno dopo ci portarono in quella che loro chiamano”la stanza del cedimento” dove a turno fummo torturati con ferri e tenaglie. Molti non resistettero e, non avendo la possibilità di pagare, furono uccisi con un colpo di grazia alla testa. Fu allora che io cedetti al ricatto dandogli il numero di telefono dei miei famigliari .Ma i soldi che riuscii a recuperare bastarono solo per me, ma non per Jamir A quel punto anche Jamir disse che avrebbe potuto far arrivare i soldi dall’Italia, ma la polizia libica non ne volle sapere. Troppo pericoloso e facilmente rintracciabile un trasferimento effettuato da una banca estera. Il tutto si doveva svolgere necessariamente all'insaputa di tutti, soprattutto dei paesi europei. Così con Jamir continuarono con le torture. Quando mi rilasciarono Jamir stava male, respirava a fatica e perdeva sangue dal naso e dalla bocca, posso solo dire che almeno era ancora vivo, ma non posso dire se sia riuscito o no a superare altre giornate di tortura.

Jamir, nei giorni precedenti all'arresto, durante il viaggio, mi confessò di avere una fidanzata in Italia e che sperava di poterla raggiungere quanto prima. Fu così che, anche per un po' di scaramanzia, mi diede il tuo numero di telefono pregandomi di contattarti nel caso a lui fosse successo qualcosa.

Gli occhi di Valeria iniziarono a farsi umidi e la rabbia si trasformo presto in pianto. Non ebbe la forza di dire niente. Strinse a sé Shumbai e se ne andò via con il cuore a pezzi. Nei giorni successivi si rifugiò nel suo dolore accompagnata dalla tenue speranza che Jamir sia riuscito in qualche modo a sopravvive e che un giorno avrebbe potuto riabbracciarlo.

E’ passato quasi un anno da quell’incontro con Shumbai e adesso Valeria è lì, in mansarda, davanti alla sua scatola dei ricordi con in mano una pagina di giornale .Prima di depositarla con cura all’interno della scatola, trova il coraggio di rileggerla ancora per l’ultima volta.

Il titolo a piena pagina non lascia dubbi. E’ un titolo che può portare solo dolore: “Osama Njeem Almasri, il torturatore delle carceri libiche, il criminale condannato dalla corte internazionali dei diritti dell’uomo perché colpevole di omicidi e di sevizie contro uomini donne e bambini è stato oggi rilasciato dal Governo Italiano. Il governo italiano gli ha anche messo a disposizione un jet privato per fare rientro a Tripoli dove è stato accolto con tutti gli onori. Ancora una volta un sentimento di rabbia mista a disperazione le prende la gola. Ma come è stato possibile? L’uomo responsabile di aver procurato indicibile sofferenze a centinaia di essere umani, fra cui il suo Jamir, è stato trattato dal governo italiano come se si trattasse di un eroe. E, come se non bastasse, la giustificazione adotta dalle fonti governative è altro sale sulla ferita, già, perché sembrerebbe che sia stato rilasciato dalle autorità italiane per un semplice cavillo burocratico: ma quante virgole vale la vita di un essere umano? Ma quello che le pesa di più è acquisire una consapevolezza che non le lascia più alcun dubbio: il governo italiano, la nazione italiana nella quale fino a ieri si identificava è di fatto complice, complice di un massacro di massa che avviene a pochi chilometri dalle sue coste. Nel richiudere la pagina di giornale prova per la prima volta un forte sentimento di vergogna, si di vergogna, la vergogna di essere italiana.

Il suono del campanello di casa la riporta alla realtà.

Scende le scale della mansarda e si dirige quasi di corsa al piano terra ad aprire la porta e nel mentre quella vena di tristezza e di rabbia piano piano vanno a scomparire. Perché Valeria sa che dietro a quella porta ci sarà lui, si lui, perché Jamir ce l’ha fatta, è riuscito a scappare da quel campo di tortura. Una notte ci furono violenti gli scontri, con decine di morti fra gli stessi miliziani seguaci di due opposte fazioni in lotta fra di loro, diventati improvvisamente da alleati a nemici. Lui, insieme ad altri compagni, sopratutto grazie alla confusione , riuscirono a darsi alla fuga.

Da qualche mese Valeria e Jamiri vivono insieme. Lei è anche in dolce attesa e presto la famiglia si allargherà. Un attimo prima di aprire la porta Valeria si sistema il vestito, si asciuga per bene gli occhi ancora commossi e quando apre la porta vede il suo Jamir

Lui le sorride dicendole: “Buon San Valentino amore mio”

E’ vero, oggi è il 14 Febbraio 2025, giorno di San Valentino: il loro primo San Valentino vissuto insieme in Italia

Poi Jamir nota uno sguardo assorto nell’espressione di Valeria

“ Valeria tutto bene? Qualcosa che non va?

- No, niente , niente di particolare. Buon San Valentino tesoro

- Buon San Valentino anche a te Valeria, dolce amore mio. Ti amo

- Ti amo anch’io

 

Paolo Bellotti

LA PACE NASCE DAL RISPETTO E

DALLA SPERANZA OPEROSA

Da anni il presidente Sergio Mattarella ci ha abituati a discorsi profondi e precisi sull’attualità del nostro tempo. Lo ha fatto anche lo scorso 31 dicembre rivolgendosi alle sue concittadine e concittadini per augurare loro un buon anno ribadendo che “mai come adesso la pace grida la sua urgenza”, richiamando episodi che provengono da luoghi a noi vicini - l’Ucraina, la Palestina e Israele – con i loro morti e feriti innocenti.

La pace è alla base del messaggio che i pontefici inviano nella Giornata Mondiale della Pace, che cade il 1° gennaio di ogni anno da 58 anni e la cui assenza, come sottolinea Papa Francesco, affligge il nostro pianeta per le disparità di ogni sorta, per il trattamento disumano riservato alle persone migranti, per il degrado ambientale, per la confusione colpevolmente generata dalla disinformazione, per il rigetto di ogni tipo di dialogo, per il cospicuo finanziamento dell’industria militare.

Sono richiami che da anni sentiamo ripetere da chi ha veramente a cuore il bene comune e la porzione di umanità che gli è stata affidata ma sempre più disattesi in una corsa agli armamenti, in un aumento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo che genera ricchezza per pochi a scapito di molti, in un crescendo di ostilità, se non di odio, per chi è differente. Conseguentemente, si richiedono cambiamenti culturali e strutturali che, purtroppo, non avvengono.

Nel suo messaggio il Presidente della Repubblica ha fatto riferimento all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani che ha scelto, come parola dell’anno, “rispetto”. “Il rispetto verso gli altri – ha detto Sergio Mattarella – rappresenta il primo passo per una società più accogliente, più rassicurante, più capace di umanità. Il primo passo sulla strada per il dialogo, la collaborazione, la solidarietà, elementi su cui poggia la nostra civiltà. Rispetto della vita, della sicurezza di chi lavora. Rispetto della dignità di ogni persona, dei suoi diritti”.

E c’è un cammino di speranza che Papa Francesco indica attraverso tre punti del suo messaggio. Il primo: “Riconoscendo il debito ecologico, i Paesi più benestanti si sentano chiamati a far di tutto per condonare i debiti di quei Paesi che non sono nella condizione di ripagare quanto devono”. Il secondo: “Un impegno fermo a promuovere il rispetto della dignità della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, perché ogni persona possa amare la propria vita e guardare con speranza al futuro, desiderando lo sviluppo e la felicità per sé e per i propri figli”. Il terzo: “Utilizziamo almeno una percentuale fissa  del denaro impiegato negli armamenti per la costituzione di un Fondo mondiale che elimini definitivamente la fame e faciliti nei Paesi più poveri attività educative e volte a promuovere lo sviluppo sostenibile, contrastando il cambiamento climatico”.

Ma la speranza “non può tradursi soltanto in attesa inoperosa” – come ha detto il Presidente Mattarella – perché “la speranza siamo noi. Il nostro impegno. La nostra libertà. Le nostre scelte”.

 

Marco Caramagna

UN NATALE DI CORRESPONSABILITÀ

Le cronache di queste settimane ci raccontano delle iniziative natalizie ideate e organizzate per allietare gli shopping dei consumatori che non possono rinunciare agli acquisti. Le città sono illuminate a festa da decorazioni multicolori e disseminate di alberi, pupazzi di neve giganti, babbi natale ammiccanti. Musiche diffuse nelle vie degli acquisti e scambi di auguri, nenie natalizie di cori e gioie manifeste di bambini coronano uno scenario che richiama immagini similari dei periodi natalizi prima del covid. E, come allora, regna sovrana la spensieratezza in un contesto oleografico che lascia sperare in un domani migliore. “Velocemente però – scrive Papa Francesco nell’enciclica ‘Fratelli tutti’ del 3 ottobre 2020 – dimentichiamo le lezioni della storia, ‘maestra di vita’. Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica”.

Alla vigilia del Natale, invece, le cronache narrano anche delle difficoltà di migliaia di persone che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena e “il giorno della bontà” per eccellenza si ritrovano in qualche salone di associazioni solidali per consumare – per fortuna! – un pasto degno di tale giorno, insieme ad autorità civili e religiose, serviti da volontari che, già durante l’anno, prestano la loro disponibilità nell’accogliere e nell’aiutare chi è nel bisogno.

La solidarietà è quanto mai necessaria e benedetti sono coloro che si dedicano nell’attuarla ma viene spontaneo domandarsi se è umanamente e socialmente onesto e utile il solo procrastinarsi di impegni e azioni verso donne e uomini che hanno una loro dignità. O se non sia necessario guardare al principio di sussidiarietà per il soddisfacimento dei bisogni delle persone.

Vale a dire che chi ha responsabilità politiche, economiche e sociali non può lasciar incancrenire i problemi, rimandare i provvedimenti relativi ai diritti primari di ogni essere umano – come la casa, la salute, il sostentamento, l’istruzione – permettere ai più miserabili di dormire nelle stazioni o sulle panchine. E l’elenco delle povertà potrebbe continuare. Sono tutte persone che, almeno una volta, abbiamo incontrato sulla Gerusalemme-Gerico delle nostre vite. E il nostro farci prossimi a loro ha rappresentato soltanto un piccolo contributo di carità umana e cristiana che, però, deve trovare soluzioni che vanno oltre la misericordia temporanea e occasionale.

Così come “non dobbiamo aspettarci tutto da coloro che ci governano” perché “sarebbe infantile. Godiamo di uno spazio di corresponsabilità capace di avviare e generare nuovi processi  e trasformazioni. Dobbiamo essere parte attiva nella riabilitazione e nel sostegno delle società ferite. Oggi siamo di fronte alla grande occasione di esprimere il nostro essere fratelli, di essere altri buoni samaritani che prendono su di sé il dolore dei fallimenti, invece di fomentare odi e risentimenti. Come il viandante occasionale della nostra storia, ci vuole solo il desiderio gratuito, puro e semplice di essere popolo, di essere costanti e instancabili nell’impegno di includere, di integrare, di risollevare chi è caduto; anche se tante volte ci troviamo immersi e condannati a ripetere la logica dei violenti, di quanti nutrono ambizioni solo per se stessi e diffondono la confusione e la menzogna” (Papa Francesco, “Fratelli tutti”, n.77).

Sono parole che fanno eco all’impegno di don Angelo e al lascito che altri hanno raccolto per proseguire sulla strada che va verso Betlemme dove è nato un Bambino la cui povertà è un richiamo alla corresponsabilità di ciascuno verso le fragilità e le necessità di tutti.

Buon Natale!

Marco Caramagna

StOriE CoSì –

L’uomo che insegnò la gioia

Inverno, fa freddo, è un attimo prendersi l’influenza o qualche altra malùra. Bella grana, ammalarsi! C’è, invece, una malattia contagiosissima che, se te la becchi, non te ne vorresti liberare mai più. Non ci credi? Allora, ti racconto una storia, perché «na storia béla fa piasì cüntela», anche se proprio vera non è, proprio finta nemmeno, verosimile sì. Nel diffuso frastuono, spesso rabbioso e ostile, di questo nostro tempo, abbiamo un gran bisogno di storie… come dire… concilianti, magari con qualche venatura di malinconia o con qualche scoppio tragico, ma che lasciano aperta la fessura della speranza e della rinascita. Tra cronaca e romanzo, hanno un posto ideale le «StOriE CoSì», racconti verosimili con i connotati della verità autentica e possibile. BUONA LETTURA. Ciau

 

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SILVANA MOSSANO

Il disegno dell’uomo che insegnò la gioia è opera di Filippo Pietro Rossi, 8 anni

ETERNIT BIS – La difesa chiede alla Corte: «Assolvete Schmidheiny»

La pubblica accusa: da sinistra, Gianfranco Colace, Sara Panelli e Mariagiovanna Compare

Signor Schmidheiny, il suo difensore ha affermato che vanno cercate fuori dal processo penale le soluzioni per cicatrizzare le lacerazioni prodotte da questa tragedia apocalittica. E ha anche detto che è un punto fermo che il mesotelioma è provocato dall’amianto. Ovunque lo si sia lavorato e chiunque lo abbia impiegato. Poi ha espresso un auspicio formidabile e pienamente condiviso: «Spero con tutto il cuore che un giorno si arrivi alla cura per questa maledetta malattia». Non pensa, signor Schmidheiny, che sia giunto il momento per impegnarsi finanziando e coordinando personalmente la ricerca scientifica per produrre quella cura che guarirà tutti i malati di mesotelioma del mondo? Lo faccia, signor Schmidheiny, lo faccia adesso! Sarà il suo più grande e auspicabile impegno filantropico.

 

UDIENZA 11 DICEMBRE 2024


«L’amianto è stata una tragedia», ma la vicenda su cui è incentrato il processo Eternit Bis, di cui si celebra il secondo grado in Corte d’Assise d’Appello a Torino,«non è un unicum – ha esordito l’avvocato Guido Carlo Alleva, difensore dell’imputato Stephan Schmidheiny -. E’ una tragedia di proporzioni apocalittiche di cui Casale Monferrato è una parte». All’udienza di mercoledì 11 dicembre si è completata la fase dedicata alle arringhe difensive; il 4 aveva parlato l’avvocato Astolfo Di Amato. La Corte, presieduta da Cristina Domaneschi, ha aggiornato il processo a mercoledì 8 gennaio, alle 11, per le repliche della pubblica accusa (pg Sara Panelli e pm Gianfranco Colace e Mariagiovanna Compare) e delle parti civili. I difensori hanno diritto alle ultime repliche nell’udienza di lunedì 17 febbraio alle 9. Poi i giudici, togati e popolari, dovrebbero riunirsi in camera di consiglio per decidere il verdetto (forse in giornata?) nei confronti dell’imprenditore svizzero chiamato a rispondere dell’omicidio volontario (con dolo eventuale) di 392 casalesi morti a causa dell’amianto che fu impiegato all’Eternit nella produzione di manufatti (tetti e tubi).

 

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SILVANA MOSSANO

ETERNIT BIS – La difesa: “La città era imbottita di amianto, ma non per colpa di Schmidheiny”

I difensori Astolfo Di Amato (a destra) e Guido Carlo Alleva. Dietro, altri legali dello staff difensivo

Signor Stephan Schmidheiny, il suo avvocato ha affermato, con molta onestà, che la comunità casalese, esemplare e moralmente integra, ha subito e sta subendo una tragedia. Non pensa, signor Schmidheiny, che sia giunto il momento, indifferibile, di assumere direttamente e personalmente, da imprenditore filantropo, il coordinamento e il finanziamento di una ricerca seria ed efficace che produca al più presto una cura per guarire tutti i malati di mesotelioma del mondo?

 

Udienza 4 dicembre 2024 - PARLA LA DIFESA


TRAGEDIA CON MIGLIAIA DI MORTI

«Quella che ha colpito la città di Casale è una tragedia per le migliaia di morti determinate da una malattia terribile. Terribile, sì, si muore soffocati. Questa tragedia ha colpito una comunità esemplare. E’ una ventina d’anni (a partire dall’inchiesta del Maxiprocesso Eternit 1, ndr) che li incontriamo e l’unica esternazione nei nostri confronti è la manifestazione di rispetto per il ruolo che svolgiamo. Una comunità il cui denominatore comune è quello della integrità morale. Quando, in quest’aula, è stata ricordata la signora Romana, be’, sono orgoglioso di averla conosciuta».

Ha iniziato così l’avvocato Astolfo Di Amato, difensore, insieme al collega Guido Carlo Alleva, dell’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny, chiamato a rispondere, davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Torino, dell’omicidio volontario (con dolo eventuale) di 392 casalesi morti di mesotelioma, il mal d’amianto.
Dopo le requisitorie dei pubblici ministeri (Sara Panelli, Gianfranco Colace, Mariagiovanna Compare) e gli interventi dei legali di parte civile (tra gli altri, Laura D’Amico, Maurizio Riverditi, Giacomo Mattalia, Esther Gatti, Laura Mara, Alberto Vella, Alessandro Mattioda), ora tocca alle difese.Avevano iniziato già il 27 novembre, con alcune considerazioni preliminari. Nell’udienza di mercoledì 4 dicembre, sono passati a esaminare le questioni di merito. La prima parte è stata svolta dall’avvocato Di Amato; mercoledì 11 dicembre, completerà l’avvocato Alleva. Dunque, una tragedia. Non c’è su questo punto – e non potrebbe esserci – contrapposizione di vedute tra le parti: lo stillicidio terribile e doloroso di morti di mesotelioma è cominciato molti anni fa e continua.  E anche la considerazione successiva è ampiamente condivisa: «Una tragedia che colpisce una comunità dall’integrità esemplare necessita di giustizia» ha affermato Di Amato.

 

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SILVANA MOSSANO

ETERNIT BIS – Le parti civili: «L’imputato sapeva, ha mistificato e ha cercato di nascondersi»

i premiati e organizzatori alla cerimonia di consegna del Premio Ambientalista dell’Anno – Luisa Minazzi, che si è svolta a Casale

Si è svolta mercoledì 27 novembre, nell’aula «Giuseppe Casalbore» del Palazzo di Giustizia di Torino, la terza udienza del processo Eternit Bis davanti alla Corte d’Assise d’Appello, presieduta da Cristina Domaneschi, affiancata da Eleonora Gallino e dai giudici popolari. Nella mattinata, hanno parlato gli avvocati che rappresentano le parti civili. Nel pomeriggio, hanno iniziato la loro esposizione i difensori dell’imputato Stephan Schmidheiny, condannato dalla Corte d’Assise di primo grado a 12 anni di reclusione per omicidio colposo aggravato (la Corte di Novara ha anche dichiarato la prescrizione per 199 casi e l’ha assolto per 46 casi). La sentenza è stata impugnata dalla Procura (che ha anche chiesto la rinnovazione del dibattimento, la Corte d’Assise non si è ancora pronunciata) e dalla Difesa.

La prossima udienza è fissata per mercoledì 4 dicembre: parleranno i difensori Astolfo Di Amato e Guido Carlo Alleva che proseguiranno mercoledì 11 dicembre. E’ prevista anche un’udienza il 18 dicembre, ma la presidente valuterà se mantenerla o se fissare nuove date a gennaio.

 

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SILVANA MOSSANO

ETERNIT BIS – La procura insiste: «Ergastolo». E alle “nuove” 441 vittime

si aggiunge una giovane donna

"Signor Schmidheiny, giovedì 21 novembre 2024, è morta di mesotelioma una giovane donna di 48 anni, “figlia” del Monferrato casalese. Signor Schmidheiny, non pensa sia giunto il momento di impegnarsi direttamente per incentivare la ricerca e trovare la cura per guarire tutti, ma proprio tutti i malati di mesotelioma del mondo?"

Si è celebrata, mercoledì 20 novembre, nella maxiaula 1 «Giuseppe Casalbore» di Torino, la seconda udienza del processo Eternit Bis, in Corte d’Assise d’Appello, presieduta da Cristina Domaneschi, affiancata dalla giudice togata Elisabetta Gallino e dai giudici popolari (effettivi e supplenti). La procura generale (pg Sara Panelli affiancata dai pm applicati Gianfranco Colace e Mariagiovanna Compare) ha concluso la propria parte, esponendo i motivi di impugnazione avverso alla sentenza di primo grado pronunciata dalla Corte d’Assise di Novara. Quella Corte ha riqualificato il reato contestato all’imputato Stephan Schmidheiny da omicidio doloso a colposo aggravato; lo ha condannato a 12 anni per alcuni casi di morte; per 199 ha pronunciato la prescrizione; per altri 46 lo ha assolto (incertezze sulle diagnosi e questione di residenza delle vittime).
La sentenza è stata impugnata sia dalla procura sia dalla difesa.

 

CHE COSA CHIEDE LA PROCURA ALLA CORTE D’ASSISE D’APPELLO?

* Che all’imputato Stephan Schmidheiny sia riconosciuto il dolo (eventuale) e non soltanto la colpa in ordine al reato di omicidio che gli viene contestato per la morte di 392 persone del Casalese a causa dell’amianto
* Che tutti e 392 i casi indicati nel capo di imputazione siano riconosciuti come mesoteliomi e quindi vittime dell’omicidio contestato

 

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SILVANA MOSSANO

StOriE CoSì –

I litigiosi comitati delle stagioni

contro tutto e contro tutti

Piove. Governo ladro! Sarebbe così bello vivere in pace! Invece, sembra inevitabile avercela sempre con qualcuno, anzi, contro qualcuno. Purtroppo, molti movimenti, mobilitazioni, comitati nascono in un solco astioso e si nutrono di quell’humus. Come può succedere? Ve lo racconto, perché «na storia béla fa piasì cüntela», anche se proprio vera non è, proprio finta nemmeno, verosimile sì. Nel diffuso frastuono, spesso rabbioso e ostile, di questo nostro tempo, abbiamo un gran bisogno di storie… come dire… concilianti, magari con qualche venatura di malinconia o con qualche scoppio tragico, ma che lasciano aperta la fessura della speranza e della rinascita. Tra cronaca e romanzo, hanno un posto ideale le «StOriE CoSì», racconti verosimili con i connotati della verità autentica e possibile. BUONA LETTURA.

 

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SILVANA MOSSANO

ETERNIT BIS – Storia umana di una drammaticità fuori dall’ordinario.

La Romana «torna» in aula

Sul maxischermo alle spalle dei sei giudici popolari supplenti, l’intervento di Romana Blasotti Pavesi

(da www.silmos.it)

Processo Eternit Bis. Torino, maxiaula «Giuseppe Casalbore», 13 novembre 2024, ore 9: inizia il giudizio di secondo grado nei confronti dell’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny, chiamato a rispondere, davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Torino, della morte per amianto di 392 casalesi. E’ difeso da Astolfo Di Amato e Guido Carlo Alleva.

Una «storia infinita», secondo molti. Una storia di «una drammaticità fuori dall’ordinario» l’ha definita Sara Panelli, magistrata della procura generale che sostiene l’accusa insieme ai colleghi Gianfranco Colace e Mariagiovanna Compare. La Corte è presieduta da Cristina Domaneschi, affiancata da Elisabetta Gallino e dai sei giudici popolari (più sei supplenti). La presidente Domaneschi, fatto l’appello dei presenti e appurato che l’imputato è assente, ha riassunto la vicenda, soffermandosi soprattutto sugli aspetti centrali della sentenza di primo grado emessa, a giugno 2023, dalla Corte d’Assise di Novara.

I giudici di primo grado hanno ritenuto provata la posizione di garanzia di Schmidheiny, cioè di effettivo responsabile dell’Eternit: pur non avendo cariche formali nella società, era lui di fatto, come emerge da più testimonianze (molte anche di persone con posizioni apicali nell’azienda), che assumeva scelte e decisioni strategiche. Era il vertice riconosciuto di Eternit. La Corte di primo grado ha inoltre stimato che, a fronte di alcuni interventi di risanamento nella fabbrica (ad esempio, il passaggio del ciclo produttivo da secco a umido, installazione di strumenti di captazione delle polveri su certi macchinari…), l’imputato non ha ridotto in modo adeguato l’esposizione alle polveri, sia dentro che fuori dall’ambiente di lavoro.

Sulla consapevolezza dell’imputato, i giudici di Novara, pur affermando che Schmidheiny era decisamente in possesso di conoscenze scientifiche specifiche e approfondite circa la correlazione tra amianto e mesotelioma, hanno ritenuto ragionevole che l’imputato fosse convinto della possibilità di un utilizzo controllato dell’amianto, senza arrivare all’interruzione della produzione; in altre parole, secondo la Corte di Novara, Schmidheiny non ha agito con dolo, ma con colpa, cioè con negligenza, imprudenza, imperizia rispetto alle norme dell’epoca. La sentenza è stata impugnata sia dalla procura sia dalla difesa: la prima ribadisce l’affermazione del dolo, la seconda insiste sull’assoluzione.

Conclusa la relazione, sono iniziati gli interventi dei tre esponenti della pubblica accusa: Panelli pg della Procura generale di Torino, Colace pm della Procura di Torino e Compare della Procura di Vercelli (gli ultimi due applicati per questa causa).

 

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SILVANA MOSSANO

ETERNIT BIS – Processo d’appello in Assise a Torino nella maxiaula di 15 anni fa

Mercoledì 13 novembre 2024 inizia, in Corte d’Assise d’Appello a Torino, il processo di secondo grado del filone casalese del cosiddetto «Eternit Bis». Sono state fissate sei udienze entro Natale.
Stephan Schmidheiny, imprenditore svizzero di 77 anni, ultimo patron in vita dell’Eternit (l’azienda che, per decenni, produsse, in Italia e nel mondo, manufatti di amianto, principalmente tetti e tubi per conduttore, camini etc), è accusato di omicidio doloso per centinaia di morti causati dalla diffusione incontrollata di fibre d’amianto, che provoca il cancro maligno chiamato mesotelioma.

E, intanto, sono passati 15 anni. Nell’alba lattiginosa del 10 dicembre 2009 si stagliavano solo i nitidi colori bianco, rosso e verde del tricolore attraversati dalla scritta nera Eternit Giustizia. Le bandiere erano mantelli sulle spalle di centinaia di persone che partirono, su diversi pullman organizzati dall’Afeva (Associazione Famigliari e Vittime Amianto), da piazza Castello a Casale per raggiungere Torino dove si sarebbe svolta la prima udienza di quello che è stato chiamato Maxiprocesso Eternit.

Io c’ero, in quell’alba ormai lontana, ma non sfocata. Così come c’erano altri che ora leggono queste righe. Purtroppo, invece, molti di quelli che c’erano, in quel giorno umido (e nelle parecchie date che seguirono, assecondando i tepori e i colori delle stagioni), non ci sono più. Alcuni se l’è inghiottiti lo stesso perfido male – il mesotelioma – contro il quale salivano sul pullman per raggiungere il tribunale di Torino a chiedere giustizia.
Che cos’è la giustizia? Domanda difficile a cui ciascuno cerca di dare una lecita risposta soggettiva. Provo a dire, dopo profonde riflessioni, che cosa rappresenta per me: è il riconoscimento del principio – nella forma che, in scienza e coscienza, venga considerata la più idonea e la più nobile – che un torto questa città, tanto sventurata e tanto coraggiosa, l’ha subito, e continua a subirlo. Abbiamo bisogno di capire chi e perché è stato compiuto e, poi, di andare oltre, per trovare il modo di scacciarlo quel torto riuscendo a guarire il male che ha provocato.

 

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SILVANA MOSSANO

Folla di casalesi alla prima udienza del Maxiprocesso Eternit a Torino, il 10 dicembre 2009

(da www.silmos.it - Crediti: La Stampa)

StOriE CoSì (5) –

Il burbero fioraio e il giudice severo

Questa storia è totalmente inventata, scaturita dalla mescolanza di vecchi ricordi, ispirati a uomini e luoghi che non esistono più, e comunque totalmente trasfigurati dalla macina della fantasia. «E’ un po’ triste», mi ha detto Filippo Pietro mentre gliela raccontavo per dargli gli spunti da cui ricavare l’illustrazione. Sì, è un po’ triste, perché ci sono giorni un po’ così, in cui nascono StOriE, un po’ CoSì. Ma, poiché, comunque, «na storia béla fa piasì cüntela», io la racconto. Nel diffuso frastuono rabbioso e ostile, abbiamo un gran bisogno di storie che non fanno arrabbiare, che contengono un senso di giustizia e lasciano aperta la fessura della speranza. Tra cronaca e romanzo, hanno un posto ideale le «StOriE CoSì», racconti verosimili con i connotati della verità autentica e possibile. Buona lettura e appuntamento a lunedì prossimo con un’altra «béla storia».

 

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SILVANA MOSSANO

StOriE CoSì (6) – Il parroco, la Gloria e il direttore d’orchestra

Ci fu un tempo in cui la vita delle comunità era regolata sui rintocchi della campana. Aveva un linguaggio da tutti riconosciuto e condiviso. Poi, però, il suono della campana è finito… in tribunale. Come è potuto accadere? Qui narro una storia scaturita un po’ dalla fantasia e un po’ no. Poiché, comunque, «na storia béla fa piasì cüntela», io la racconto. Nel diffuso frastuono rabbioso e ostile, abbiamo un gran bisogno di storie che non fanno arrabbiare, che contengono un senso di giustizia e lasciano aperta la fessura della speranza. Tra cronaca e romanzo, hanno un posto ideale le «StOriE CoSì», racconti verosimili con i connotati della verità autentica e possibile. Buona lettura e appuntamento a lunedì prossimo con un’altra «béla storia».

 

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SILVANA MOSSANO

StORiE CoSì (4) – La principessa dell’alluvione che beffò gli algoritmi

“È vero, credetemi è accaduto…” cantava Domenico Modugno. Ora, credete anche a me: quel che vi narro, nella storia di oggi, è accaduto. Se non è andata proprio così, ci va vicino. E, poiché, comunque, «na storia béla fa piasì cüntela», io la racconto. Nel diffuso frastuono rabbioso e ostile, abbiamo un gran bisogno di storie che non fanno arrabbiare, che contengono un senso di giustizia e lasciano aperta la fessura della speranza. Tra cronaca e romanzo, hanno un posto ideale le «StOriE CoSì», racconti verosimili con i connotati della verità autentica e possibile. Buona lettura e appuntamento a lunedì prossimo con un’altra «béla storia».

 

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SILVANA MOSSANO

StOriE CoSì (3) – Una torrida notte

di mezza estate con Ercole il panettiere

In una torrida notte di mezza estate, quando non si riesce a dormire, si possono fare curiosi incontri… Questa, lo confesso, non è una storia vera, è inventata di sana pianta (l’ho scritta nell’insopportabile caldissima settimana di Ferragosto), ma è molto verosimile. E, poiché, comunque, «na storia béla fa piasì cüntela», io la racconto. Nel diffuso frastuono rabbioso e ostile, abbiamo un gran bisogno di storie che non fanno arrabbiare, che contengono un senso di giustizia e lasciano aperta la fessura della speranza. Tra cronaca e romanzo, hanno un posto ideale le «StOriE CoSì», racconti verosimili con i connotati della verità autentica e possibile. Buona lettura e appuntamento a lunedì prossimo con un’altra «béla storia».

 

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SILVANA MOSSANO

ETERNIT BIS – Il 13 novembre inizia il processo in Corte d’Assise d’Appello a Torino

Processo Eternit Bis, atto secondo. In particolare, è l’atto secondo del «filone casalese» della vicenda giudiziaria Eternit Bis: il caso approda in Corte d’Assise d’Appello per il giudizio di secondo grado. Nei confronti dell’imputato Stephan Schmidheiny, la procura ribadisce la contestazione degli omicidi dolosi di circa 400 casalesi e monferrini uccisi dal mesotelioma, come conseguenza dell’inalazione di fibra di amianto proveniente dallo stabilimento Eternit.

 

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SILVANA MOSSANO

StOriE CoSì (1)

A lezione di scacchi per imparare a combattere (contro la guerra) e vincere in pace

È una storia di scacchi (anzi, sono due storie che si intrecciano) che oggi voglio raccontare. E «Na storia béla fa piasì cüntela». Nel diffuso frastuono rabbioso e ostile, abbiamo un gran bisogno di storie che non fanno arrabbiare, che contengono un senso di giustizia e lasciano aperta la fessura della speranza. Tra cronaca e romanzo, hanno un posto ideale le «StOriE CoSì», racconti verosimili con i connotati della verità autentica e possibile. Buona lettura e appuntamento a lunedì prossimo con un’altra «béla storia».

 

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SILVANA MOSSANO

I COMITATI PER LE PARI OPPORTUNITÀ

NELLA PROFESSIONE FORENSE

Il tema delle pari opportunità è stato oggetto di intervento per la prima volta nell’ambito dell’avvocatura italiana nel 1998. In questa data il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bari ha costituito al suo interno un Comitato per le pari opportunità, siglabile come CPO.

Successivamente, nel 2003, è stata istituita la Commissione di Studio per le pari opportunità presso il Consiglio Nazionale forense e nel 2006 è stato definito il primo Protocollo d’Intesa tra i Consiglio Nazionale forense ed il Ministero delle pari opportunità con il successivo Protocollo Nazionale.

Sempre nel 2006, l’allora Presidente del Consiglio Nazionale forense Prof. Avv. Guido Alpa, in occasione della “Giornata europea delle donne avvocato”, dopo aver denunciato il grave ritardo accumulato nel passato “ a causa di una tardiva presa di coscienza da parte delle istituzioni” ha rivendicato la necessità di: “predisporre attività ed istanze di natura culturale, sociale e professionale, volte a sensibilizzare i singoli ordini in merito all’argomento”.

Non è un caso che si sia discusso il tema all’interno della Giornata europea delle donne avvocato, poiché l’Unione europea, da sempre ed in tempi recenti in modo sempre più crescente ha attuato politiche ed interventi legislativi finalizzati all’abbattimento di ogni forma di discriminazione.

È  quest’ultimo il punto dal quale partire.

La legge professionale (legge 147/2012) ha previsto che ogni ordine forense debba avere al suo interno un Comitato per le pari opportunità con il compito specifico di favorire l’accesso alla libera professione, alla formazione e alla qualificazione professionale delle donne, nonché rimuovere i comportamenti discriminatori o ogni altro ostacolo che limiti di fatto l’eguaglianza tra uomini e donne nella professione.

Ciò tuttavia non significa che i Comitati per le pari opportunità si debbano occupare solo delle differenze di genere, essendo orientati verso un obiettivo molto più ampio, cioè la lotta contro ogni forma di discriminazione. La promozione dell’eguaglianza è prima di tutto promozione dei diritti fondamentali delle persone sancita dalle Convenzioni internazionali e quindi  strumento per la tutela dei diritti umani.

A tal fine è fondamentale che la professione forense si faccia portatrice di quelle che vengono definite come le “buone prassi” (1), cioè specifiche azioni, metodi di lavoro, comportamenti volti a superare gli ostacoli che si frappongono per la realizzazione dell’ obiettivo virtuoso sopra citato.

A titolo esemplificativo, l’avere introdotto quote di rappresentanza femminile all’interno degli ordini è l’esempio di quanto sia stato un comportamento corretto poiché, laddove come ad esempio nell’organismo previdenziale forense, ciò non si è verificato, il numero delle rappresentanti è ancora inferiore rispetto a quello dei rappresentanti.

I Comitati per le pari opportunità si muovono quindi ad ampio raggio sensibilizzando gli iscritti e anche la società civile al rispetto dei diritti umani attraverso  buone prassi.

In questo caso fornisco un esempio relativo al foro Alessandrino, dove il  Comitato per le pari opportunità, si adopera non solo attraverso l’organizzazione di eventi riservati agli avvocati, ma anche promuovendo attività di formazione nelle scuole.

Da un anno si sono realizzate iniziative di divulgazione e sensibilizzazione  in materia di diritti umani, violenza di genere, non discriminazione, che hanno visto protagonisti sia le studentesse e gli studenti delle scuole superiori sia le ragazze e i ragazzi delle scuole elementari - medie. In questi ultimi casi gli strumenti di lavoro utilizzati sono stati il gioco e la drammatizzazione, con risultati notevoli in termini di interesse e partecipazione.

In questo modo si potenza la funzione sociale delle avvocate e degli avvocati, mettendo in luce il ruolo educativo della professione.

Un ulteriore esempio di quanto i Comitati per le pari opportunità lavorino per l’abbattimento di ogni forma di discriminazione è quanto svolto per la creazione di un linguaggio rispettoso delle diversità, attraverso la creazione di stimoli e sollecitazioni quali informative o iniziative finalizzate a mettere in luce i pregiudizi e gli stereotipi, che solo se correttamente evidenziati possono essere compresi nel loro potenziale offensivo e corretti.

Il  problema è prima di tutto culturale ed il binomio diritto e cultura si è rivelato come uno strumento sicuramente efficace per la creazione di una formazione inclusiva. Sono state diverse le iniziative in questo senso. A Torino, AIAF Piemonte e Ordine degli avvocati hanno organizzato una serie di proiezioni cinematografiche connesse a tematiche giuridiche. Ad Alessandria il Comitato Pari opportunità ha organizzato al liceo classico una conferenza sullo scrittore Oscar Wilde analizzando l’opera letteraria di quest’ultimo nonché la sua vicenda processuale. Interessanti sono poi stati la realizzazione di eventi sinergici  tra più ordini professionali. Ancora alcuni esempi. Il Comitato per le pari opportunità forense alessandrino ha organizzato una giornata di studio con il corrispondente comitato all’interno dell’Ordine dei commercialisti, per analizzare la certificazione di parità di genere nelle imprese ed ancora partecipato ad una mattinata di formazione in materia di medicina di genere in collaborazione con l’ordine delle discipline infermieristiche.

Le attività di studio, le collaborazioni con le scuole, con le professioni,  il dialogo con le ragazze e con i ragazzi, il coinvolgimento della cittadinanza,  sono tutte buone prassi che creano una cultura rispettosa delle differenze, cultura dove alla domanda: discriminazioni? Possiamo pensare di sentire echeggiare  solo una risposta: no grazie.

Il concetto di “buone prassi” è tratto dalla relazione tenuta dall’avv.ta Cesarina Manassero, Presidente CPO  di Torino in data 13.10.2023, nell’ambito dell’evento Torino, città delle donne.

 

Alessandra Bisio

Presidente Comitato Pari Opportunità

Ordine Alessandria

LA NUOVA LEGGE IN MATERIA DI

BULLISMO E CYBERBULLISMO

In data 30 maggio 2024 è stato pubblicato un nuovo testo normativo, in vigore dal successivo 14 giugno.

Si tratta della Legge n.70 recante disposizioni e delega al Governo in materia di prevenzione e contrasto al bullismo e al cyber bullismo. Il provvedimento consta di 6 articoli ed interviene apportando una serie di modifiche nonché innovazioni rispetto alla legge 71 del 2017, che dettava disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del solo cyberbullismo. L’intervento estende pertanto il perimetro di applicazione della legge precedente occupandosi del fenomeno ad ampio raggio ed introducendo preliminarmente una definizione anche di bullismo. Quest’ultimo va inteso, ai sensi dell’articolo 1, come :“l’aggressione o la molestia reiterate, da parte di una singola persona o di un gruppo di persone, in danno di un minore o di un gruppo di minori, idonee a provocare sentimenti di ansia, di timore, di isolamento o di emarginazione attraverso atti o comportamenti vessatori, pressioni o violenze fisiche o psicologiche, istigazione al suicidio o all’autolesionismo, minacce o ricatti, furti o danneggiamenti, offese o derisioni”. La definizione appare molto dettagliata ed è comprensiva di  quelli che da sempre sono stati definiti come gli atti di bullismo, molte volte integranti specifiche fattispecie di reato.

Va sottolineato con plauso come il legislatore non trascuri la persona intesa nella sua globalità apparendo particolarmente attento all’individuo nella sua dimensione psicologica (si parla di sentimenti di ansia, di emarginazione, di comportamenti vessatori ed esplicitamente di violenza psicologica).

Proprio partendo da questa attenzione alla persona e alla sua salute mentale, la nuova normativa prevede un potenziamento del servizio di supporto psicologico agli studenti attraverso la mediazione delle Regioni e dei Dirigenti scolastici, senza trascurare le famiglie che debbono porsi in una posizione dialogica e sinergica con gli operatori scolastici.

La legge, inoltre,  in continuità con quanto già precedentemente disposto e facendo proprie le sollecitazioni di molti Procuratori e Procuratrici minorili (a titolo semplificativo si ricorda la dottoressa Anna Maria Baldelli già procuratrice presso il Tribunale per i minorenni del Piemonte e della Valle d’Aosta), pone attenzione particolare alla prevenzione, non alla punizione!.

A tal proposito viene previsto che ogni scuola debba istituire un tavolo permanente di monitoraggio composto da rappresentanti degli studenti, degli insegnanti, delle famiglie ed esperti del settore che adottino congiuntamente un codice interno di prevenzione con specifiche iniziative.

Inoltre, i dirigenti scolastici vengono responsabilizzati alla segnalazione di atti di bullismo e cyberbullismo con un obbligo di informativa ai genitori degli autori per l’adozione di iniziative di carattere educativo nei confronti dei minori coinvolti. Nei casi piu’ gravi, alla reiterazione delle condotte e al fallimento delle iniziative intraprese dalle scuole, i dirigenti scolastici debbono adire l’autorità competente.

Poiché le attività rieducative non possono e non devono rimanere buone intenzioni, la legge prevede un coinvolgimento diretto del Tribunale minorile nel disporre progetti, con l’ausilio dei servizi sociali territorialmente competenti. Questi progetti potranno prevedere lo svolgimento di attività di volontariato sociale, la partecipazione a laboratori teatrali o di scrittura creativa, corsi di musica,  attività sportive, artistiche o di altro tipo, ma in ogni caso  attività atte a sviluppare nel minore il concetto di rispetto, di relazione, di empatia, di comunicazione non violenta.

Viene in questo modo data voce alla funzione educativa e rieducativa dell’arte e dello sport, troppo spesso relegate ad attività puramente ludiche o semplicemente ricreative.

Infine, la legge 70/2024 istituisce la “giornata del rispetto”, individuando il 20 gennaio di ogni anno come data emblematica nella quale le scuole dovranno scendere in campo promuovendo iniziative di sensibilizzazione verso i diritti umani. Per le scuole, ma per la cittadinanza in generale, il mese di gennaio di ogni anno diventerà un’occasione di riflessione ampia potendo dar luogo alla sinergia di varie iniziative. Vi invito a prendere nota ricordando che se il 20 gennaio rappresenterà la giornata del rispetto, il 24 gennaio ha già da anni rappresentato la giornata internazionale degli avvocati in pericolo ed infine il 27 gennaio la giornata della memoria. Per ogni data un pensiero, che affido alla sensibilità di ciascuno, ma per ogni data restituisco una mia riflessione: la dignità dell’uomo è la stazione di partenza per ogni destinazione.

Avv. Alessandra Bisio

L’AUGURIO DI BUONA PASQUA

DIVENTI UN SEME DI SPERANZA

“La guerra non è soltanto quella che gli uomini dichiarano, e stanno facendo, e hanno fatto in tutti i tempi e in tutti i modi; la guerra non è soltanto urto di popoli. C’è guerra quando non c’è spirito di fraternità, quando non c’è tolleranza, quando c’è invidia, quando c’è incompatibilità a vivere insieme, quando non si vuole lasciare agli altri il diritto di esprimere la propria opinione. Tutte le volte che noi ci portiamo via un po’ di terra di più, un po’ di pani di più, un po’ di mare di più, un po’ di sole di più, questa è la guerra”. Sono parole pronunciate all’omelia della Domenica delle Palme 1956 da don Primo Mazzolari sulla cui tomba – oltre a quelle di don Tonino Bello e don Lorenzo Milani – è andato a pregare Papa Francesco.

Sono trascorsi sessantotto anni da quella domenica, siamo passati attraverso decenni di difficoltà e di prosperità, di crisi economiche e di sviluppo, di lotte sociali e di inebriature dovute alle nuove scoperte tecnologiche che rischiano di farci perdere la consapevolezza della caducità della vita e, comunque, della sua limitatezza nel tempo, ma non abbiamo ancora imparato la lezione.

Purtroppo siamo di fronte ad uno scenario apocalittico che lascia  presagire lo scoppio della terza guerra mondiale proprio per gli egoismi così ben delineati da don Mazzolari. La stragrande maggioranza delle persone non si rende conto che stiamo veramente ballando sull’orlo del baratro e basterebbe leggere almeno un quotidiano per capire che stanno consolidandosi nel mondo logiche disumane, iniziate, sì, con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e la sistematica distruzione del popolo ucraino e del suo tessuto urbano costruito nel tempo. Così come è iniziata la devastazione di Gaza e l’uccisione di oltre duecentomila palestinesi inerti e innocenti da parte dell’esercito comandato da Netanyahu dopo il massacro di israeliani da parte del terrorista Hamas del sette ottobre.

Chi pensa si possa continuare su questa strada senza cercare pressantemente e il più presto possibile una pace solida e duratura può solo essere definito un folle perché le armi di distruzione totale non le posseggono, da tempo, soltanto americani e russi. Forse l’affermarsi, e il consolidarsi, di una cultura dell’indifferenza e della mancanza di solidarietà verso chi ha bisogno, di una cultura dell’ingiustizia economica per la mancanza di rispetto dei diritti di chi lavora, di una cultura non rispettosa della malattia e della sofferenza, di una cultura della non partecipazione alla vita sociale e politica della propria comunità, ci ha condotti, consapevolmente o meno, all’attuale realtà.

Di fronte a questo scenario può esserci un augurio pasquale? Un augurio, cioè, di speranza nella realizzazione di un mondo in cui il rispetto dei nostri simili sappia superare tutte le differenze di razza, di religione, di censo, di cultura?

Proviamoci, perché per essere buoni cristiani bisogna essere buoni e onesti cittadini, come diceva don Bosco.

Allora, sì, Buona Pasqua!

 Marco Caramagna

INFORMAZIONI RELATIVE ALL’AMMINISTRAZIONE DI SOSTEGNO

ALL’INDOMANI DELLA RIFORMA CARTABIA

L’Amministrazione di Sostegno è uno strumento giuridico introdotto dalla Legge Nazionale n. 6/2004 nel Codice Civile per la protezione della Persona che necessiti di  essere aiutata. L’Amministratore di Sostegno può compiere gli atti che il Giudice Tutelare gli attribuisce, in alcuni casi affiancando ed in altri casi sostituendo il beneficiario nelle decisioni ed atti della vita.

L’AdS è uno strumento volto a supportare la persona fragile. Deve essere flessibile e disciplinata in base alle capacità residue della persona che vanno rispettate, valorizzate e conservate.

La Legge della Regione Piemonte n. 1/2004 in materia di servizi socio-assistenziali ha attribuito il compito di protezione della Persona fragile agli Uffici di Pubblica Tutela.

Nello svolgimento di tale compito i suddetti Uffici hanno elaborato, a seguito di confronto con i Magistrati dell’Ufficio del Giudice Tutelare di Torino (IX Sezione civile) e con la Cancelleria tutele un Vademecum reperibile anche sul sito del Tribunale di Torino, contenente le principali indicazioni riguardanti l’incarico di Amministratore di Sostegno anche per relazionarsi nel modo corretto con il Giudice Tutelare e la Cancelleria.

L’Ufficio di Pubblica Tutela è a disposizione degli AdS per chiarire aspetti operativi e tecnici riguardanti la gestione tutelare: come predisporre un’istanza di autorizzazione o una comunicazione al Giudice Tutelare, come impostare un rendiconto, quali dati ed informazioni occorre reperire per poter procedere.

In mancanza di congiunti e famigliari possono essere nominati AdS anche Avvocati che i Consigli degli Ordini inseriscono in Elenchi appositi di Avvocati disponibili ad assumere l’incarico di AdS, e di Tutore.

Anche presso i Tribunali dei Circondari possono essere adottati Protocolli, stipulati d’intesa tra Tribunale, Procura, COA e soggetti pubblici investiti del compito di protezione della Persona fragile, che disciplinano la materia.

Per presentare il Ricorso per la nomina di Amministratore di Sostegno è consigliabile utilizzare il modello in uso presso il Tribunale a cui si rivolge l’istanza. Occorre allegare copie dei documenti d’identità di chi propone la domanda e della persona per la quale si chiede la nomina dell’AdS, copia del certificato medico attestante l’impossibilità per il beneficiario di provvedere ai propri interessi, eventuale copia della documentazione che prova il motivo d’urgenza che giustifica la nomina di un Ads, eventuale copia dell’atto con cui il beneficiario ha designato il proprio possibile AdS, eventuale copia del documento d’identità del soggetto indicato come AdS, eventuale copia del certificato medico attestante la non trasportabilità del beneficiario.

Lo stesso beneficiario può designare una persona quale proprio AdS nelle forme previste dall’art. 408 C.C. Qualora il GT voglia discostarsi dalla volontà espressa dall’interessato, deve motivarlo. Quando deve scegliere l’AdS, il GT preferisce, ove possibile, il coniuge non legalmente separato, la persona stabilmente convivente, il padre, la madre, il figlio o il fratello o la sorella, il parente entro il quarto grado ovvero il soggetto designato dal genitore superstite con testamento, atto pubblico o scrittura privata autenticata. Quando non vi sia possibilità di nominare i soggetti sopraindicati il GT nomina un Avvocato iscritto nell’apposito elenco, motivando nel caso in cui sia invece necessario nominare un Ente.

Il Ricorso deve essere notificato al beneficiario (se non l’ha promosso lui), ai parenti fino al quarto grado e agli affini fino al secondo grado.

Ricevuto il Ricorso per la nomina dell’AdS, il GT fissa l’udienza. Se il beneficiario può recarvisi, viene esaminato in Tribunale dal Giudice che gli spiega in parole semplici il senso della procedura e sente dall’interessato da chi vorrebbe essere aiutato. Se il beneficiario non può essere trasportato viene disposta udienza ove si trova l’amministrando. I parenti ed affini che partecipano all’udienza sono ascoltati. Se non partecipano, l’importante é che la notifica o comunicazione PEC o con a.r. del Ricorso e del Decreto inviata loro sia andata a buon fine. E’prassi che i parenti ed affini che non intendono presenziare facciano pervenire dichiarazione in cui confermano di essere stati resi edotti del ricorso per la nomina dell’AdS, di aver saputo del giorno d’udienza, di essere o di non essere d’accordo sulla nomina e, nel caso ci sia qualcuno indicato come possibile AdS, di concordare o non concordare su quel nominativo.

Qualora sussistano dubbi circa l’esistenza dei presupposti per l’apertura dell’AdS, il GT può incaricare un Medico Psichiatra o Geriatra o di altra Specializzazione per un approfondimento tramite una CTU.

Se, sussistendone i presupposti, il GT apre l’Amministrazione e nomina un AdS, lo fa emettendo un Decreto che indica dettagliatamente quali sono i poteri dell’AdS.

L’AdS viene chiamato ad una udienza successiva per il Giuramento, a seguito del quale assume le funzioni di AdS.

Adempimenti dell’AdS nello svolgimento della sua funzione” nei confronti del Giudice Tutelare.

 La Relazione iniziale che contiene la descrizione della situazione personale e patrimoniale della persona beneficiaria dell’AdS. Indica le attività svolte dall’AdS (apertura conto, assunzione badante, ecc.), i problemi emersi coi terzi (le Poste, la Banca, l’INPS), l’inadeguatezza del limite di spesa per provvedere alle esigenze della persona assistita previsto dal Giudice Tutelare nel Decreto, la necessità di modificare o integrare i poteri dell’AdS per operare efficacemente nell’interesse della persona amministrata.

La Relazione iniziale, però, non sostituisce le Istanze. Modifiche al Decreto o autorizzazioni specifiche vanno presentate con istanza a parte.

L’Inventario con cui si descrive il patrimonio quanto alle entrate, uscite, immobili, auto, conti correnti, ecc. all’inizio dell’AdS. L’Inventario formale viene redatto dal Cancelliere o dal Notaio, ma, nelle AAddSS con patrimoni limitati, è ormai prassi la compilazione di un apposito Modello sostitutivo o equivalente Elenco dettagliato dei beni del beneficiario redatto dall’AdS, fatta salva la possibilità di una redazione successiva di Inventario Formale, qualora subentrino elementi che lo rendano necessario.

L’Istanza è la richiesta che si propone al Giudice Tutelare o al Tribunale per ottenere “un’autorizzazione”. L’Istanza deve contenere le informazioni ed i dati la cui conoscenza è necessaria al Giudice affinché questi possa decidere nel miglior modo, avendo presenti tutti i termini esatti della questione.

Il Rendiconto annuale consiste nella illustrazione al GT, per iscritto, di come sono stati gestiti i bisogni ed i beni del beneficiario. Esso deve essere corredato dalla documentazione bancaria e dai giustificativi delle spese e da eventuali altri documenti.

La Riforma Cartabia ha voluto una semplificazione e velocizzazione della procedura che ha trovato un’espressione particolarmente evidente nel D.L. 24.02.2023 n. 13 pubb. In G.U.47/2023 il quale, con l’art. 38, ha acconsentito canali digitali attraverso il portale gestito dal Ministero della Giustizia per il deposito on line delle istanze anche per i cittadini.

Una innovazione importante della Riforma Cartabia è l’art. 21 del D.Lgs. n. 149/2022 che ha introdotto una competenza concorrente con quella dell’Autorità Giudiziaria, attribuendo al Notaio competenza a provvedere alle autorizzazioni per la stipula di atti pubblici e scritture private autenticate in cui interviene un minore, un interdetto, un inabilitato o un soggetto sottoposto ad Amministrazione di Sostegno ovvero aventi ad oggetto beni ereditari.

Oltre che dagli artt. del Codice Civile già dedicati all’AdS, l’istituto è disciplinato dagli artt. da 473-bis.52 a 473-bis.58 della Sezione III dei procedimenti di interdizione, di inabilitazione e di nomina di amministratore di sostegno del Titolo IV -bis (Norme per il procedimento in materia di persone, minorenni e famiglie).In particolare l’art. 473-bis 58 stabilisce che: “Ai procedimenti in materia di amministrazione di sostegno si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni della presente sezione. Contro i decreti del giudice tutelare è ammesso reclamo al Tribunale ai sensi dell’art.739. Contro il decreto del Tribunale in composizione collegiale è ammesso il ricorso per Cassazione”. In virtù dell’art. 411 c.c. che estende all’AdS disposizioni previste per il Tutore, in quanto compatibili, sono applicabili diverse altre norme riformate dalla Riforma Cartabia.

Così l’art. 374 riformulato, relativo alle Autorizzazioni del giudice tutelare che devono essere richieste, ad es., per l’acquisto o l’alienazione di beni, la riscossione di capitali, la rinuncia di eredità, l’accettazione di eredità, donazioni o legati soggetti a pesi o condizioni, procedere a divisioni.

L’art. 375 c.c. è stato abrogato. Ora l’autorizzazione del Tribunale è richiesta solo per la continuazione dell’impresa commerciale.

L’art. 378 c.c. vieta all’AdS di acquistare beni e diritti del beneficiato, anche per asta pubblica, direttamente o per interposta persona, senza l’autorizzazione del Giudice Tutelare.

L’art. 779 c.c. stabilisce la nullità della donazione a favore di chi è stato AdS se fatta prima dell’approvazione del conto o prima che sia estinta l’azione per il rendimento del conto medesimo.

Una modifica assai incisiva si verificherà al momento dell’entrata in funzione del Tribunale per le persone, per i minorenni e per le famiglie. Le forti opposizioni sorte relativamente a tale innovazione fanno temere, peraltro, notevoli ritardi.

 

Avvocato

Bruna Bruni

DI FRONTE ALLA GUERRA

L’OBBEDIENZA NON È PIÙ UNA VIRTÙ

“Dire ‘sì’ al Principe della pace significa dire ‘no’ alla guerra, e questo con coraggio: dire ‘no’ alla guerra, a ogni guerra, alla logica stessa  della guerra, viaggio senza meta, sconfitta senza vincitori, follia senza scuse. Questa è la guerra. Ma per dire ‘no’ alla guerra bisogna dire ‘no’ alle armi. Perché, se l’uomo, il cui cuore è instabile e ferito, si trova strumenti di morte fra le mani, prima o poi li userà. E come si può parlare di pace se aumentano la produzione, la vendita e il commercio delle armi? Oggi, come al tempo di Erode, le trame del male, che si oppongono alla luce divina, si muovono nell’ombra dell’ipocrisia e del nascondimento: quante stragi armate avvengono in un silenzio assordante, all’insaputa di tanti! La gente, che non vuole armi ma pane, che fatica ad andare avanti e chiede pace, ignora quanti soldi pubblici sono destinati agli armamenti. Eppure dovrebbe saperlo! Se ne parli, se ne scriva, perché si sappiano gli interessi e i guadagni che muovono i fili delle guerre”. È il passo centrale del messaggio “Urbi et Orbi” di Papa Francesco del giorno di Natale 2023 dalla loggia della basilica di San Pietro, in collegamento con 149 tele visioni di tutto il mondo.

A livello globale il mercato delle armi vale oltre 2 mila miliardi di dollari. La classifica degli Stati esportatori di armi vede al primo posto gli Stati Uniti seguiti dalla Russia, dalla Francia, dalla Cina, dalla Germania, dall’Italia, dal Regno Unito, dalla Corea del Sud, dalla Spagna, da Israele. “Dealflower” è una testata economico-finanziaria digitale e Web Tv sulla quale si possono trovare dati interessanti. Per esempio, secondo dati dell’Ufficio Studi di Mediobanca, l’Italia, pur essendo all’undicesimo posto al mondo, spende 88 milioni di dollari al giorno per l’industria della difesa.

Angoscia per la violenza “cui sovente assistiamo, tra gli Stati, nella società, nelle strade, nelle scene di vita quotidiane”: lo ha fatto rilevare il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato agli italiani la sera del 31 dicembre. La violenza delle guerre, “di quelle in corso e di quelle evocate e minacciate. Le devastazioni che vediamo nell’Ucraina, invasa dalla Russia, per sottometterla e annetterla. L’orribile ferocia terroristica del 7 ottobre scorso di Hamas contro centinaia di inermi bambini, donne, uomini, anziani d’Israele. Ignobile oltre ogni termine, nella sua disumanità. La reazione del governo israeliano, con un’azione militare che provoca anche migliaia di vittime civili e costringe, a Gaza, moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case, respinti da tutti. La guerra – ogni guerra – genera odio. E l’odio durerà moltiplicato, per molto tempo, dopo la fine dei conflitti. La guerra – ha sottolineato il presidente Mattarella - è frutto del rifiuto di riconoscersi tra persone e popoli come uguali. Dotati di pari dignità. Per affermare, invece, con il pretesto del proprio interesse nazionale, un principio di diseguaglianza”.

I morti nei due conflitti più vicini a noi – Ucraina-Russia e Israele-Palestina – sono centinaia di migliaia. Il dramma è anche rappresentato da una assenza di volontà di incontrarsi per perseguire percorsi di pace nell’immediato. Questo coltiva scenari apocalittici dei quali, purtroppo, saremo partecipi perché il pericolo nucleare incombe su tutti i popoli.

Il 13 gennaio scorso, a Bozzolo, nella chiesa di san Pietro dove il 20 giugno 2017 Papa Francesco sostò in preghiera sulla tomba di don Primo Mazzolari, si sono incontrate oltre quattrocento persone di diverse organizzazioni sociali ed ecclesiali per riflettere sulla “guerra alla guerra” e sulle testimonianze di don Mazzolari e don Milani che fecero della pace la propria ostinazione, rifiutarono di assuefarsi al diritto del più forte e si opposero alla logica amico-nemico perché la guerra è un’offesa ai poveri, è la sconfitta dell’umanità e, oggi, porta solo alla sconfitta totale. Ma oggi tocca a noi la responsabilità di coltivare e far crescere una cultura della pace in tutti i campi: da quello dell’informazione a quello dell’economia, da quello della diplomazia a quello della tecnologia. Altrimenti, la nostra momentanea commozione davanti alle immagini dei corpi inerti o straziati resterà tale se non susciterà una ribellione alle ristrette classi dirigenti che non rappresentano il popolo nella sua pienezza e lo mandano al macello. Ricordandoci dell’affermazione di don Milani “l’obbedienza non è più una virtù” di fronte ad ingiustizie avallate da decisioni interessate da chi non ha a cuore il bene delle persone ma il proprio tornaconto politico e personale.

Marco Caramagna

Evento organizzato dal CPO -Comitato pari opportunità- del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Alessandria in collaborazione con A.I.A.F. Piemonte e Valle d’Aosta

 

LA VIOLENZA ECONOMICA

Un aspetto poco conosciuto

fra i vari tipi di violenze sulle donne

Il 17 dicembre 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite istituì la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della violenza contro le donne individuandola nel 25 novembre di ogni anno, anniversario del brutale assassinio avvenuto nel 1960 nella Repubblica Dominicana dove le tre sorelle Mirabal, considerate rivoluzionarie, vennero torturate e uccise.

Il CPO (Comitato pari opportunità) del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Alessandria e l’AIAF - l’Associazione Italiana degli Avvocati per la famiglia e per i minori - Piemonte e Valle d’Aosta presieduta dall’avvocato Bruna Bruni – hanno organizzato un evento formativo sul tema “I mille volti della violenza: violenza economica”, svoltosi presso l’Università del Piemonte Orientale di Alessandria il 22 novembre scorso, con l’adesione della Camera Penale di Alessandria, di Libera, di Medea e dell’Osservatorio Nazionale sul Diritto di Famiglia.

“La violenza ha mille volti – ha sottolineato l’avvocato Alessandra Bisio, presidente del Comitato Pari opportunità dell’Ordine di Alessandria aprendo i lavori – e non ha una tipologia, è molto ‘democratica’ perché appartiene a tutti gli ambiti sociali e ha tanti volti diversi, fra i quali quello della violenza economica è ancora poco conosciuto”. Ed ha richiamato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.

“Una quindicina di avvocati – ha detto Bruna Bruni – ha dato vita al progetto ‘Conto su di me: un percorso didattico per comprendere e contrastare il fenomeno della violenza economica’ (del quale parleremo specificamente in un articolo successivo, ndr), che é iniziato in alcune scuole torinesi e che prevede tre incontri in ogni classe, seguiti da laboratori tematici. Scopo dell’iniziativa è di rendere ciascuno consapevole dell’importanza della propria indipendenza economica”.

L’avvocato Paola Sultana del Foro di Alessandria ha affrontato decisamente la tematica dell’incontro evidenziando che “siamo tutti bombardati da notizie sulla violenza domestica ma della violenza economica sappiamo ben poco perché non c’è una norma che la definisca e che permetta di applicare la stessa disciplina applicata rispetto agli altri tipi di violenze. La violenza economica nei confronti della donna è determinata dal tenerla “all’oscuro del patrimonio famigliare, nella mancata partecipazione alla gestione dei beni, nel vietarle di svolgere una attività lavorativa fuori dalla famiglia. Non c’è riconoscimento del lavoro casalingo della donna – ha detto l’avvocato Sultana – e l’Italia è ultima nella graduatoria europea delle parità nel mondo del lavoro”.

Il dottor Stefano Tacchino, magistrato presso il Tribunale di Alessandria, ha invece evidenziato che “la violenza economica agisce in maniera inversamente proporzionale rispetto alla violenza fisica e non è facile comprendere il momento in cui la donna è oggetto specifico di tale violenza”.

Infine, la dottoressa Cinzia Spriano del Cissaca ha sottolineato l’importanza di lavorare in rete.

Il Museo del Risparmio di Intesa San Paolo – come ha scritto il direttore Giovanna Paladino sul Corriere della sera di Torino - ha realizzato una ricerca su campioni rappresentativi a livello nazionale ed è emerso che il 37 per cento delle donne non ha accesso a un conto corrente personale, il 40 per cento è autonoma solo nelle spese quotidiane e il 60 per cento delega “volontariamente” la gestione del denaro al partner. Così come da un report pubblicato recentemente da WeWorld e realizzato con Ipsos, emerge che una donna su due afferma di aver subito violenza economica almeno una volta nella vita, pari al 49 per cento delle intervistate. Percentuale che sale al 67 per cento fra le separate o divorziate. E, nonostante questi risultati allarmanti, solo il 59 per cento degli italiani considera il fenomeno “molto grave”.

 

Marco Caramagna

Progetto “Conto su di me"

Il progetto “Conto su di me: un percorso didattico per comprendere e contrastare il fenomeno della violenza economica” ideato e coordinato da A.I.A.F. Associazione Italiana degli Avvocati per la famiglia e per i minori del Piemonte e Valle d’Aosta, condiviso coi Partners: Telefono Rosa Piemonte-Torino, Comitato Provinciale UNICEF Torino e Museo del Risparmio di Torino.

L’Associazione ideatrice del progetto, presieduta dall’Avv. Bruna Bruni, ha “avvertito l’esigenza, quale forma di inclusione e di estrinsecazione attiva del ruolo sociale dell’avvocatura, di dedicare le proprie competenze ed esperienze alle e agli adolescenti per favorire interesse, conoscenza e consapevolezza in ordine al tema della violenza economica, per concretizzare l’ambizioso obiettivo di contribuire a prevenire e contrastare il fenomeno”.

Il progetto è stato condiviso da Telefono Rosa Piemonte-Torino, dal Comitato provinciale Unicef e dal Museo del Risparmio di Torino, che si sono impegnati nella difesa e promozione dei valori della parità di genere con l’obiettivo finale di “promuovere una cultura che, partendo dall’accettazione di sé e dalla valorizzazione di diversità e complessità, dismetta definitivamente il sessismo per diventare inclusiva, non discriminante, fondata sulla consapevolezza che la costruzione e la difesa di un’indipendenza economica è il primo passo per prevenire la violenza economica e, con essa, le altre forme di violenza di genere e domestica”, realizzando veramente una società organizzata sull’uguaglianza di ogni essere umano.

L’iniziativa è già stata avviata in tre classi torinesi iniziando un “percorso di crescita e di formazione delle future generazioni di cittadine e di cittadini, valorizzando, specialmente nel delicato tempo dell’adolescenza, l’informazione e la sensibilizzazione, ma anche le competenze di base indispensabili per riconoscere e, quindi, respingere le forme di violenza di genere e quei comportamenti e disvalori che sono alla radice di atteggiamenti violenti e fra questi, in particolare, la più subdola e strisciante violenza economica”.

“Il progetto pilota che abbiamo iniziato a Torino – sottolinea l’avvocato Bruna Bruni – vorremmo estenderlo anche ad altre realtà del Piemonte e della Valle d’Aosta. In particolare, nelle scuole dell’Alessandrino- anche in collaborazione col Comitato delle pari opportunità del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Alessandria, a sua volta già impegnato su questo fronte-. Riteniamo, infatti, opportuno affiancare la scuola, con le competenze che ci appartengono, per favorire una sintonizzazione multidisciplinare rispetto ad un tema importante dal punto di vista socio-culturale come quello della violenza economica, ponendo al centro del progetto ‘lo studente’ quale punto di partenza e di arrivo dell’intero percorso didattico”.

 

Marco Caramagna

PAUSA MENSA

Un racconto di Michele Boano

Anche in quel giorno di fine novembre, durante i 60 minuti di pausa mensa, percorrevo a piedi la consueta stradina piatta e diritta, tracciata con la pignoleria di un geometra al solo fine di dividere ortogonalmente e ordinatamente i campi di sinistra da quelli di destra. E a destra e a sinistra, appunto, distese di terreno a perdita d'occhio, piatte, prive di qualsiasi sospetto di novità, ricche solo di un'incommensurabile assenza di stimoli o suggestioni fantastiche, sfruttate da mezzi meccanici marziani comandati da contadini-robot che, attraverso secoli di nottate passate davanti al fuoco a raccontarsi storie al confine tra il mistico e l'esoterico, non avevano saputo produrre altro che lo sfruttamento monocolturale di quella che una volta probabilmente chiamavano "la loro amata terra" ma che oggi rappresentava soltanto il palcoscenico dove manifestare la loro ignorante possanza (o possente ignoranza. Va bene lo stesso).

Anche nei mesi estivi, trovare un rarissimo incredulo fiore era una avvenimento commovente.

Di pallidi papaveri o striminziti fiordalisi si poteva incontrare solo qualche isolato esemplare ma soltanto ai bordi della strada. Nei campi, non una forma vegetale, che non fosse stata prevista dal rigido programma di coltivazione, osava interrompere la dittatura di quella mortificante continuità.

I diserbanti avevano seccato anche la speranza dell'inatteso, consegnando definitivamente le generazioni future alla monotonia...

Dallo Stabilimento alla cabina dell'acquedotto e ritorno: 3,6 Km. Invariati. Sia d'estate sia d'inverno.

"Ogni passo a piedi in più allontanerà nel tempo il peggioramento delle sue condizioni di salute ", così mi ripetevano meccanicamente gli specialisti che, a scadenze prestabilite, misuravano e registravano a futura memoria l'estensione della mia pinguedine...

Se il solo camminare emendasse il genere umano dalla morte, Abebe Bikila, il maratoneta etiopico, avrebbe dovuto vivere 1000 anni... in vece… E se poi qualche antropologo svizzero avesse scoperto che a Matusalemme il “jogging" proprio non riusciva a digerirlo?

Comunque, in mancanza di prove certe, non mi restava che rassegnarmi: non avrei potuto sottrarmi ad un seppur minimo abbozzo di sacrificio... tanto per condividere consapevolmente la responsabilità di salvaguardare la mia presenza nell'Umanità... anche solo numericamente...

Per questo, quasi ogni giorno, dalle 12.30 alle 13.30, mi disponevo all'incantata attesa di una vana sorpresa, passeggiando in quel "non-luogo" perso nella campagna tortonese...

Lontano dai rumori dello Stabilimento in marcia e grazie anche all'ora che escludeva ogni possibilità di incrociare altri rappresentanti del genere umano, lungo quel tragitto consumato, pensavo che non mi sarei mai abituato... non sarei mai riuscito a coniugare quella visione metafisica con il silenzio che mi circondava... Più che una serena passeggiata in campagna, mi sembrava sempre più l’ineluttabile quotidiano appuntamento col subconscio... l’occasione di una scansione introspettiva non sempre richiesta…

Ma quel giorno, al capolinea di quella passeggiata-lavoro, una sorpresa mi stava attendendo.

Una piccola sorpresa, a dire il vero.., ma pur sempre un avvenimento!

Dapprima, mi resi conto della novità riconoscendo che il ritmo con cui si manifestava accompagnava, quasi con sincronia, la cadenza dei miei passi o del mio respiro. Con l'avvìcinarmi, realizzai che si trattava di un lieve, impercettibile, ma ostinatamente cadenzato miagolìo che sentivo provenire dalla cabina dell'acquedotto…

Mi rendo conto che ogni evento, grande o piccolo, apparentemente più o meno determinante, trovi giustificazione e corretta misura nel proprio individuale personalissimo percorso di crescita e, per questo, ritenevo di aver superato già da quasi mezzo secolo la palpitante attesa di poter stringere tra le mani il corpo tremante di un cucciolo che, con determinata protervia, comunica al mondo la sua  assoluta solitudine, il suo ingiusto abbandono...

Ne', in condizioni normali, sarebbe stato giustificato attardarmi in vacue considerazioni su argomenti di indiscussa pochezza... mentre milioni di civili inermi subivano quotidianamente il terrore di micidiali bombardamenti, per la sola colpa di essere vessati da dittatori sanguinari autoproclamati.... Che importanza poteva avere per me e per la maggior parte delle persone "di buon-senso" il destino di quel piccolo animale?

Ma quel gomitolo di pelo che con passo insicuro e tentennante nei tentativi di avvicinamento e nelle improvvise successive fughe a ritroso esprimeva il Timore e la Necessità, quasi come rappresentando l'eterno umano dubbio se concedersi con fiducia o restare da soli, evitando investimenti rischiosi, evitando dannose esperienze, ebbene, quella vita disperata forse rappresentava per me qualcosa in più di quanto apparisse…

E quello che io avrei potuto/dovuto fare rappresentava l'occasione che la "Civiltà" doveva cogliere per manifestare generosamente la propria comprensione nei confronti del "debole" che chiede protezione e conforto. Rappresentava l'infinitamente piccola occasione data all'uomo qualunque di poter fare una scelta di campo... e non solo di canale televisivo... Rappresentava tutti i reconditi significati che si possono attribuire al semplice gesto di rincuorare un cucciolo che dilania il silenzio più abissale col proprio urlo di bisogno, imperativo manifesto esistenziale, al di là di ogni cinica minimalizzazione...

Per tutte queste ragioni, e anche per qualcun'altra, attesi pazientemente che il gattino si facesse raccogliere e, dopo aver tentato di rassicurarlo, compresi che non avrei potuto abbandonarlo, sicuramente molto lontano dalla madre, sicuramente, da lì a poco, vittima sacrificale del crudele segugio di qualche cacciatore imbecille.

In qualche modo, la mia presenza era intervenuta nella scena e se un Programmatore c'era, questi si aspettava che in qualche modo IO avrei dovuto interferire nel succedersi precostituito degli eventi.

Forse era soltanto il preannunciarsi di un senso di colpa col quale non avrei saputo convivere agevolmente, anche solo nei successivi cinque minuti, se avessi deciso di proseguire la mia strada con indifferenza.

Comunque, sentivo su di me il peso di una evoluzione emotiva che, in quel momento, ritenevo di poter condividere con buona parte delle persone civilizzate. Non si abbandona chi ritiene di aver bisogno! Si tratti di chiunque. Pensando ad un allontanamento involontario dalla madre, dapprima cercai invano presso qualche cascina isolata... Per lo più erano luoghi abbandonati utilizzati per il ricovero di attrezzi e macchinari. Prevedendo la negazione di qualsiasi rapporto "parentale", ancor più provocato dalla mia inopportuna invasione durante l'ora di pranzo, decisi di desistere dall'iniziativa di cercare ancora qualcuno che potesse aiutarmi. Quindi voltai i tacchi e mi avviai col cucciolo verso il paese.

Ecco, sì, in paese, forse, avrei trovato una soluzione.

Il tragitto di ritorno divenne ben presto una tortura. Il povero animale aveva già compreso pienamente che entrambi non eravamo in possesso di un numero di cromosomi sufficienti per farci assimilare alla stessa specie, così iniziò a divincolarsi, piantandomi le unghie ovunque fosse in grado di far presa.

Dal canto mio, sapevo che se il gattino mi fosse sfuggito, non sarei stato in grado di riprenderlo, a meno che non mi fossi imbrattato di fango correndogli dietro in mezzo ai campi.

Non mi restava altro da fare che soffrire in silenzio, costringendo il povero animale in posizioni per lo meno scomode e coltivando la convinzione che, in fondo, tutto si stava svolgendo per un fine ultimo elevato...

La strada non finiva mai.

Il gattino continuava a miagolare ritmicamente con quanto fiato aveva in gola, chiamando la madre perché, chissà da dove, sopraggiungesse a liberarlo.

Io, lontano da testimonianze inopportune, rispondevo con un'impacciata imitazione di quello che speravo potesse passare per un rassicurante miagolìo materno. Naturalmente la disperazione del povero animale non trovò tregua. La mia pure.

Non ostante sapessi che mi sarei esposto ad una imperitura colossale presa in giro, trassi di tasca il cellulare e, con l'animale che si divincolava nell'altra mano, concitatamente, composi il numero interno di qualche mio collega per sondare un'insperata disponibilità all'accoglienza. Ma, naturalmente, erano tutti irrintracciabili durante la pausa mensa… Uno di questi, trovato dopo alcuni tentativi, mi fece capire a chiare lettere cosa non avrei dovuto fare: portare il gattino in Stabilimento. Ce n'erano già troppi. E questo era vero. Ti scrutavano nascosti tra i fusti di prodotti chimici o tra le tubazioni di una pompa, vittime inconsapevoli di inevitabili e, a volte mortali, contaminazioni. Raramente li si poteva scorgere, mentre attraversavano speditamente uno spiazzo aperto, con le codine e le zampettine rimaste inespresse, non cresciute proporzionalmente al resto del corpo, e mostrando così come la mutazione del loro patrimonio genetico avesse influito sulle giovani generazioni. Continuai a confidare in una qualche soluzione, una volta raggiunto il paese. Ma sempre più temevo che l'interpretazione corretta del mio ruolo avrebbe potuto mostrare il fianco a più di un osservatore anche disattento.

Raggiunte le estreme propaggini del luogo abitato, riscontrai che mentre tutti erano probabilmente seduti intorno al sacro desco, i loro cortili erano senza dubbio abitati da cani famelici...

Quando incominciavo a perdere la speranza, improvvisamente, come in una visione dantesca, mi apparve un ragazzetto uscito da una corte aperta sulla strada.  Era uno strano ragazzetto. Parlava da solo o, forse, imitava qualcuno che parlava in viva voce al telefonino. Ma a me importava poco. Certo che anch’io, come "adulto rispettabile", non credo di essergli apparso un gran che normale, con tra le mani qualcosa che somigliava sempre più ad una tigre incazzata, piuttosto che ad un cucciolo affettuoso.

Tentai un approccio furbesco... "Hei! Non vorresti mica un gattino? Guarda com'è bello!"

"Fossi matto!" Fu la risposta senza possibilità di appello.

"Beh! Almeno aiutami a piazzarlo presso qualcuno che conosci... Io non posso importunare rispettabili sconosciuti...”

Il ragazzetto accettò il ruolo di Virgilio e mi inoltrò presso alcuni gironi infernali. Esiti non riferibili...

Finalmente mi venne in mente che da quelle parti abitava Fabio. Un giovane turnista che, se fossi stato fortunato, avrei potuto trovare a casa. La sua auto era parcheggiata da lì a poco distante e la possibilità di venirne fuori mi apparve plausibile.

Così il ragazzino strimpellò senza pietà il campanello di casa del mio collega.

Passarono alcuni minuti interminabili.

Finalmente il volto di chi poteva rappresentare la mia salvezza si affacciò, un po' arruffato come di chi è stato tirato giù dal letto dopo un turno di notte in fabbrica. Aveva la sua solita espressione sorridente ed enigmatica. Forse non avrebbe dovuto apparire così sorridente...

In breve gli raccontai la situazione e, giocando di anticipo, prima che potesse proferire parola, gli mollai il gattino in braccio. Quindi, dopo averlo investito dell'incombenza ormai non più mia, lo esortai a dargli un po' di latte, tanto per uscire dal mio lieve imbarazzo e mitigare, più che il commiato..., la fuga che già mi ero accinto ad intraprendere.

Mentre mi voltavo avviandomi spedito verso la Fabbrica, intuivo lo sguardo inebetito dell'amico che, col gattino in braccio e il ragazzino che lo accarezzava, abbozzava qualche scusa non raccolta, mentre si concretizzava la convinzione di essersi fatto irrimediabilmente inguaiare.

Bene. L'operazione salva-gattino era conclusa.

La coscienza collettiva dell'Umanità poteva ritenersi soddisfatta, al meno in quel frangente, e, cosa ben più importante, i segugi sanguinari erano rimasti senza l'insperato divertimento..

Giunto in ufficio raccontai a qualcuno della piccola-grande avventura. Non ricordo di aver raccolto più di un cortese ascolto silenzioso.

A sera, in famiglia, tornai in auge per qualche minuto.

Più ripensavo tra me e me a tutta la storia, più mi sembrava che i significati perdessero l'importanza originale... In breve a ricordarmi dell'accaduto restarono solo i graffi sulle mani...

Da lì a qualche giorno incontrai nuovamente Fabio in Fabbrica.

Non mi sembrava tanto disponibile come al solito, anzi, questa volta mi perlustrava un po' torvo, da distante, come di chi cerca di pesare il grado di sconvolgimento mentale che a volte abita chi ci sta di fronte, cercando intorno con la coda dell'occhio qualche improvvisata arma di difesa... in caso di bisogno... non si sa mai…

Poi, superato l'impasse, mi raccontò come la storia del gattino fosse andata a finire...

Lui, come me, non poteva prendersi cura dell'animale. In quel pomeriggio e per tutta la serata aveva preso impegni tali da non consentirgli di cercare una soluzione presso qualche conoscente. Pertanto, non restava altro da fare che riportare il piccolo animale entro il recinto della cabina dell'acquedotto, esattamente dove l'avevo trovato io.

In questo modo aveva chiuso il cerchio.  Aveva annullato tutto con un semplice gesto essenziale. Aveva fatto ritornare indietro le lancette dell'orologio, nulla togliendo e nulla aggiungendo a quello che "il destino" aveva riservato a tutti gli attori della farsa...

Tentò di spiegarmi che la visione del mondo era un po’ diversa tra "quelli che stanno in città" e "quelli che abitano in campagna".

"... Se tutti i gattini che vengono al mondo restassero in vita, i paesi sarebbero abitati dai gatti e non dai Cristiani!..."

"... Ne puoi scegliere uno. Se va bene due. Ma hai idea di quanti ne nascono per cucciolata?..."

"... E poi, quello avrà avuto al massimo due mesi, e, in campagna si sa, i gattini che diventano grandi sono quelli che nascono nei mesi estivi... Sarebbe stato destinato a morte sicura..."

"... Comunque, - mi disse salutandomi - come mi hai detto tu, prima di riportarlo dove l'hai trovato, gli ho dato un po ' di latte..."

Tornai il giorno dopo alla cabina dell'acquedotto. Del gattino non c'era più traccia.

Così, per concludere il mio contributo a questa storia, come tutte le storie del mondo, anche questa si è conclusa con un semplice colossale punto interrogativo, a definitivo suggello di quanto tutte le ragioni, per quanto valide e imprescindibili appaiano, in realtà contribuiscano soltanto a creare un enorme, indistinto, amalgama grigio dal quale è impossibile per chiunque distinguere illusioni di verità...

E il punto di vista del gattino? Forse è stato solo un'illusione... ed io mi sono inventato tutto per trovare, al meno per un giorno, una via di fuga da quel paesaggio di plastica…

 

Miao!

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